Vetrina di nuovi libri


Vi segnaliamo queste produzioni

 

 

 

 

 

 

dario spampinato_altrove

 

 

Dario Spampinato,

 nato a Roma nel 1958, vissuto quattro anni negli Stati Uniti durante l’esperienza paterna presso la NASA, ha frequentato a Roma l’Università Luiss di Economia e Commercio, che ha lasciato per fare l’imprenditore nel settore assicurativo. Maestro di scherma, insegna attualmente la disciplina della sciabola presso l’Accademia d’Armi Musumeci Greco 1878. Da sempre appassionato di sport, spazio, fisica, filosofia, e scrittura. Deciso a conoscere i propri limiti, quelli dell’universo, dell’uomo, del pensiero, del proprio linguaggio. Non potendo viaggiare nel cosmo, spinge spesso la sua indagine navigando nell’imo della materia, come un osservatore felicemente disperso. Probabilmente cercando ovunque Lorenzo, l’amatissimo figlio che non ha più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La materia, nelle sue molteplici forme, collide. Urti che a volte ne mutano la sostanza. Miliardi di contatti atti a scambiarsi energia sotto le stesse perenni leggi della fisica conosciuta. Sono misteriose le scelte che renderanno coscienti gli agglomerati di macromolecole create. Alcuni esseri senzienti in fondo non sono che il paziente risultato delle scorie di carbonio emesse dal loro stesso sole. Scarti vitali. Derive esistenziali. Non è un gioco, assomiglia piuttosto a un programma. Un’azione che ha avuto un inizio e che persegue uno scopo sino alla sua fine. Imperscrutabilmente. Ma basta seguire una scia, una lunghissima strada oscura, quasi invisibile, per conoscere almeno una delle tante verità. Tutti noi abbiamo una balistica della vita. È questo Universo che lo vuole. Nel gelido silenzio del gigantesco vorticare, spargendo minuziosa alcuni semi, una cometa naviga i cieli. Essa proviene da lontano, arando il vuoto, depositando materia solo apparentemente inerte. Giunta lì, in quel sistema planetario, capì che il riferimento spaziotemporale stava diventando il tempo delle risposte, e che lo spazio stava traversando quella direzione che passa da un fuori, quello di madre natura, a un dentro, quello dei figli suoi. Nel sistema Penta il sole Cereo stava morendo. Cloma, la cometa nera, attraversò i cinque pianeti allineati lungo la sua ellisse. Raccolse con la sua scia molta materia che, riplasmata con la sua energia, posò sulla luna Altrove. Là nacque Exod, l’essere In-Formato.

Prezzo: € 16,00
ISBN: 9788833301396

 

 

 

 

 

 

 

 

 

               

                                                                                                                 Maestro Daniele Anile        

 

Edito da Morphema Editrice  in vendita in tutte le librerie e su Amazon

 

“Un libro che racconta le emozioni che si nascondono dietro e dentro la maschera da scherma, ma che parla a chiunque viva la grande passione per lo sport. Una raccolta di brani in cui lo sport viene declinato nella sua componente più umana e romantica.”

 

Un’anteprima gentilmente concessa dall’Autore

 

CHE NE SANNO LORO

Che ne sanno loro….

Che ne sanno del tuo sguardo affascinato la prima volta che, in quella strana sala polverosa, hai visto quella lame scintillanti tutte in fila una accanto all’altra.

Che ne sanno loro….

Che ne sanno del momento magico, indimenticabile, in cui per la prima volta, quel signore vestito di nero, che ancora non sapevi, avresti cominciato a chiamare maestro, una di quelle “lame”, te l’ha messa in mano; e lei, la tua mano, si è stranamente, e finalmente, sentita completa, con “lei”, la tua prima spada.

Che ne sanno loro…

Che ne sanno dell’incertezza e della paura di quei primi passi, dell’innaturale disagio con cui ti cimentavi in quei movimenti avanti e indietro, stando attento ai piedi, alle gambe, alle braccia e a troppe altre cose ancora, e pensavi fosse impossibile riuscire a fare tutto insieme quello che quel “maestro” ti chiedeva…ed era solo un passo avanti!

Che ne sanno loro…

Che ne sanno della prima stoccata, la prima volta che timido tiri durante la lezione la tua prima botta contro il piastrone, ti hanno detto si chiama così, sempre di quel “maestro” e senti la lama che si piega contro il suo corpo e rimani quasi stupito, incredulo del fatto che quella lama l’hai piegata tu.

Che ne sanno loro…

Che ne sanno delle gambe doloranti e dell’animo felice, che sarebbe già pronto a risalire in pedana quando quella prima lezione è finita, quando, fatto il saluto e stretta la mano, con un grazie incerto guardi quel “maestro” e capisci, perché è a quel punto che lo capisci, che non è più un “maestro”, ma è il tuo maestro.

Che ne sanno loro…

Che ne sanno della sensazione la prima volta che indossi una divisa, magari usata, sporca e di almeno 2 taglie più grandi, e ti sorprende, quel gesto di allacciarla lateralmente, l’impiccio di quelle bretelle e di una vestizione che, nella tua mente, e non lo confesserai mai a nessuno, ti piace, perché ha un gusto di qualcosa di antico, che si ripete, immutabile, da secoli.

Che ne sanno loro….

Che ne sanno del primo assalto, la prima volta che sali in pedana per tirare, la mente vuota, il maestro, il tuo maestro, che ti guarda, un sorriso divertito sul suo volto, e tu quel sorriso non lo capisci, in quel momento vorresti essere da un’altra parte, senti quel pronti, a voi… E poi un dolore secco, bruciante, da qualche parte nel torace ti fa capire che la scherma è anche quello, dolore…una lacrima vuole uscire, ma tu stringi i denti, la ricacci indietro. Certo non ti aspettavi facesse così male, in tv non sembrava, ma non hai tempo per pensare, un altro pronti a voi e un’altra stoccata ti colpisce, stesso dolore, stessa lacrima. Così per 4, 5 volte, e poi capisci che devi muoverti, che devi andare avanti o indietro, non lo sai bene, ma qualcosa devi fare, finché non sai neanche come, sei tu che parti, sei tu che tocchi, vedi una luce accesa, ma il solito dolore non arriva, lo aspetti ma non viene, perché tu non sei stato toccato, ma hai toccato, quella luce è la tua, è la tua prima stoccata, e un’esultanza selvaggia ma silenziosa ricaccia indietro tutte le lacrime del mondo.

Che ne sanno loro…

Che ne sanno loro della conta dei lividi sotto la doccia a fine allenamento, quando il tuo braccio è così pieno di segni che ti verrebbe quasi voglia di farci quel gioco della settimana enigmistica, unire i puntini, e vedere che razza di figura esce fuori. Che ne sanno delle chiacchiere nello spogliatoio, quando ti rendi conto che in pedana sei solo, ma fuori no; quando ti accorgi che anche uno sport individuale può avere uno spirito di squadra, quando parlando del più o meno, della stoccata messa nell’ultimo assalto o di quella fiorettista più grande che quando ti passa davanti ti si secca la lingua, ti rendi conto che negli occhi di chi ti sta davanti c’è la stessa follia, la chiamano passione, che c’è nei tuoi; quando vedi che ciò che provi e hai provato dentro, non lo senti solo tu.

Che ne sanno loro…

Che ne sanno della paura del primo assalto in gara, quella prima gara… che poi sono tutte prime gare, perché quella strana paura, la prima volta che sali in pedana non ti mollerà mai tutta la vita, la tua mente vuota, le voci sentite come se le tue orecchie fossero riempite di ovatta, quei gesti meccanici, il controllo dell’arma, la corazzetta, quel gesto a controllare se il passante è a posto, un ultimo sguardo al tuo maestro a fondo pedana e poi…poi sei solo…tu e il tuo avversario, e l’arbitro è un semplice comprimario di quel momento in cui tutte quelle ore passate in palestra a provare e riprovare, acquisiscono finalmente un senso.

Che ne sanno loro….

Che ne sanno loro del gusto della vittoria o di quanto brucia una sconfitta, che ne sanno loro della rabbia di ritrovarsi in uno spogliatoio in qualche palazzetto di qualche città italiana, dopo aver dormito nell’ennesimo albergo, ormai hai perso il conto, insieme a tutti quelli come te che in quel turno sono usciti, che hanno perso per… E il numero del tabellone non conta…che ne sanno loro dell’esultanza di vincere un altro assalto, magari in rimonta, magari sul 14 pari, magari al minuto supplementare, quando subito prima del “a voi”, riprovi quella stessa paura di tanti anni prima, quella mente vuota, e quello stesso ultimo sguardo a quello stesso maestro, qualche capello bianco in più, e poi lo sguardo va all’apparecchio e cerchi la conferma ciò che il tuo animo già sa, quella unica luce accesa, e quell’urlo, quella stessa esultanza rabbiosa di quando timido hai messo la prima stoccata, ma ora non è più silenziosa, è un grido che fuoriesce da dentro, che sradica paure, ansie, che cavalca selvaggio la tua felicità, che rende questo altro momento unico, unico come ogni singolo istante in cui in questi anni hai calpestato tutte le pedane della tua vita…un insieme di istanti unici, passati tra allenamenti, giochi, sveglie a orari improponibili, domeniche passate in palazzetti e palestre, lunedì impegnati a contare i muscoli doloranti, racconti di improbabili stoccate…

Che ne sanno loro…loro… Quelli che non sanno, quelli che ti chiedono se “giochi” a scherma, quelli che non hanno mai avuto il piacere e l’onore di guardare il mondo attraverso la rete metallica di una maschera.

 

A FONDO PEDANA, DIETRO DI TE

E io sono qui, dietro di te.

Quasi sempre in piedi, ogni tanto seduto per terra; raramente, quando riesco a trovarla, su una sedia. E ti guardo.

Quando ho cominciato a insegnare pensavo che da dietro sarei riuscito a vedere ben poco, che in quella posizione non avrei potuto aiutarti davvero. Del resto durante le centinaia di lezioni che abbiamo fatto ero sempre di fronte a te, e quando provavi in palestra, mi mettevo di fianco alla tua pedana, per avere la visione migliore, per poter correggere ogni tuo sbaglio. E invece qui mi trovo alle tue spalle, l’arma quasi non la vedo. Poi ho capito. Non ho bisogno di vedere bene; quei movimenti che fai li conosco a memoria, te li ho insegnati io, sono in parte i miei, te li ho visti fare mille e mille volte. E allora è questa la posizione giusta per me, dietro di te. A farti vedere che quando ti giri, io sono lì. A darti conferma ogni volta che mi cerchi con lo sguardo, che non conta il punteggio sull’apparecchio, io resto lì a coprirti le spalle, concentrato solo su di te.

Tante volte ti ho detto che in pedana si è soli; che sotto quella maschera ci sei soltanto tu. Ed è vero. L’ho fatto perché ci credo davvero, e anche, perché non voglio, in caso quell’ultima stoccata non vada a buon fine, che tu possa pensare di avermi deluso; una parte di me te lo ha detto anche perché, in caso quella stessa stoccata invece arrivasse al bersaglio, non ho nessuna intenzione di rubarti anche solo una briciola del tuo merito e della tua gioia. I miei meriti, i nostri meriti, li conosciamo, li abbiamo costruiti insieme al tempo, passato ad accarezzarci con le lame, in un contatto continuo, che alla fine è quasi un dialogo.

Quello che non ti ho mai detto è che anche io qui dietro sono solo. Concentrato solo su di te. Ho centinaia di persone accanto; con alcune magari ho scherzato davanti a un caffè pochi minuti prima, ma quando tu sali su quella pedana, e attacchi quel passante, non vedo più nessuno. Il mio mondo diventi tu, la tua schiena. Mentre ti muovi immagino e rivedo gli stessi movimenti provati tante volte in palestra, il mio cuore comincia a battere allo stesso ritmo della tua fatica e della tua tensione. E quando alla fine ti abbraccio, per consolarti o festeggiarti, quelle emozioni che vedi sul mio volto non c’entrano nulla con l’assalto, di quello mi sono spesso già dimenticato. Sono solo lo specchio delle tue emozioni. Non gioisco e soffro con te, gioisco e soffro per te.

E io sono qui, accanto a te.

 

STRINGERSI LA MANO

Uno dei gesti che mi affascina di più della scherma è il continuo stringersi la mano. Quando si entra in palestra, dopo ogni assalto, ogni lezione, quando ci si saluta per andare via. È un gesto talmente naturale per noi, che non ci rendiamo nemmeno conto quanto possa sembrare strano, visto da fuori, quando viene compiuto da bambini di 7/8 anni. Un saluto da adulti nelle mani piccole dei bambini. Eppure più ci penso e più mi rendo conto di come questo incrocio di mani, cantato anche da Giorgio Gaber, sia stato per me un continuo momento di apprendimento e di formazione.
Studi antropologici sostengono che lo sviluppo dell’uso delle mani sia avvenuto in parallelo con l’evoluzione del cervello. Del resto il movimento fine delle dita è una delle differenze più evidenti tra noi e i primati; e allora, se gli occhi sono lo specchio dell’anima, forse le mani sono il riflesso del nostro intelletto. E stringendo la mano posso comunicare molto del mio io all’altro. È un saluto in cui devo per forza di cose infilare parte di me; le mani non mentono. Da quel primo gesto spesso ci facciamo un’idea più o meno precisa della persona che abbiamo davanti; è una sorta di biglietto da visita. Ma è anche un gesto solidale; sì, perché, non posso dare la mano senza rendermi conto di chi ho davanti. Già nel primissimo movimento la mano va verso l’altro, si sposta dal mio corpo verso una zona neutrale, diversa da me e dall’altra persona; e poi, cosa più importante, devo modulare la stretta in base a chi intendo salutare. Non posso stringere allo stesso modo la mano di un bambino o di un adulto. C’è accoglienza in questo, forse più che in un abbraccio. C’è consapevolezza dell’altro e delle diversità tra me e l’altro.
Oggi spesso viene visto come un saluto troppo formale, riservato ormai solo alla sfera lavorativa, sostituito da pacche e “dammi il 5”, gesti forse considerati più consoni in un periodo in cui tutto deve essere smart ed easy, in un momento storico dove la formalità viene vista come un retaggio del passato e dove la diversità viene spesso considerata come qualcosa di non democratico, di politicamente scorretto.
E allora sono contento di sapere che anche oggi, entrando in palestra avrò la possibilità di stringere la mano a tante persone, e di dover fare una cosa semplice e meravigliosa: accogliere la diversità dell’altro.

(Tratto dal libro “La Maschera è da uno”, Morphema editrice)