la pedana del Maestro Francesco Lodà


 

 

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Rubrica a cura di  Francesco Lodà

 

contattabile: presidente@scherma.roma.it

presidente@maestridarme.it

 

 

 

 

 

LA “STRISCIA”: UNA BREVE PANORAMICA STORICA-ONOMASTICA

Il termine Striscia non è un termine antico, perlomeno non quan-to l’arma che designa; il nome infatti è stato coniato nell’Otto-cento dagli antiquari, gli eruditi studiosi[1] che per primi hanno tentato una catalogazione in chiave moderna delle spade europee, e attraverso questa lente oplologica, una ricostruzione della storia della scherma. Il termine Striscia quindi, ripreso nel Novecento e approfondito in “spada da lato a striscia”, non designa la spada dal punto di vista funzionale (come, ad esempio, la locuzione spada da stocco) ma ne descrive l’aspetto, riassunto nel suo tratto dominante e contrapposto ai modelli più antichi: una lama lunga e stretta, più lunga e più stretta della spada cinquecentesca da cui discende.

Gli autori antichi, che scrivevano di Striscia al tempo della Striscia, solevano chiamarla invece solo spada, o molto più rara-mente spada di filo, per contrapporla alla spada di marra o al fio-retto in uso nelle scuole di scherma del Seicento. Ma spada da filo, o da taglio, locuzione funzionale, è una espressione estremamen-te ricorrente nella trattatistica della spada cinquecentesca, cui  meglio si adatta a causa del gioco molto più ricco di tagli; mentre spada da lato, nuovamente, è una locuzione descrittiva, inventata dagli oplologi novecenteschi, che designa l’immagine dell’arma portata al fianco dai protagonisti del Rinascimento italiano.

Nell’Ottocento, la definizione di spada da filo ritorna in auge tra alcuni autori di scuola meridionale (Rosaroll, Florio…), as-sieme alla nuova locuzione spada da mezzo filo: trasformatasi nel tempo, la prima designa per metonimia ormai una spada con lama a due fili, con sezione a losanga o comunque schiacciata, più pe-sante e versatile della seconda, che presenta invece una spada con lama triangolare o piramidale, più leggera, più adatta al contesto cittadino.

LA STRISCIA OGGI:

SCHERMA STORICA E ARTI MARZIALI STORICHE EUROPEE

Negli ultimi venti anni i principali ricercatori europei sull’arma hanno seguito l’impostazione degli antiquari e degli oplologi, istituzionalizzando il termine Striscia al posto del più corretto spada o spada da filo, principalmente per non ingenerare confu-sione nella comunità dei praticanti con le spade cinquecentesche, altrimenti omonime; al termine italiano Striscia, corrispondono più o meno comodamente l’inglese Rapier, lo spagnolo Espada Ropera, il francese Rapiére, il tedesco Rappier.

Nell’ambiente della Scherma Storica, o che dir si voglia, delle Arti Marziali Storiche Europee, per Striscia si indica oggi una spada a due fili dalla lama caratteristicamente lunga e stretta, di foggia esagonale, romboidale, ogivale o triangolare, che difende la mano armata con una guardia molto elaborata e costituita da una gabbia o da una tazza di protezione, diffusasi in Italia tra il XVII e il XVIII secolo; naturale evoluzione della Spada da lato/ da filo cinquecentesca, si differenzia in genere dalla sua progeni-trice per la maggiore lunghezza della lama, e la superiore elabora-zione dei fornimenti difensivi (gabbia o tazza, rami di guardia e di parata, ponteggi e archi difensivi per le dita…).

Per la morfologia dell’arma, i riscontri incrociati della trattatistica e dell’oplologia ci confermano mediamente lame di lunghezza e peso superiore nella prima metà del Seicento, soprattutto provenienti dall’area settentrionale, e lame più corte dalla secon-da metà del secolo; già dalla terza decade del Seicento appaiono i primi fornimenti a tazza, che progressivamente soppiantano in tutta la Penisola le guardie a gabbia tipiche del primo periodo.

Nonostante una produzione di tipo semi-industriale in senso moderno e presente nel nord Italia dal Cinquecento, le Strisce dell’epoca sono strettamente legate ai desideri della committen-za: in virtù di ciò lunghezze, pesi, bilanciamenti e scelte stilisti-che mostrano grandi variazioni in tutti i reperti visionabili.

STRISCIA O SPADA DA LATO?

[1] Esperti delle cosiddette antiquitates, che sono l’oggetto della scienza antiqua-ria; questi studiosi, spesso amatori non professionisti e meno spesso professori o cultori professionali delle materie, rappresentano il punto di contatto tra gli storici e gli archeologi contemporanei e i letterati dell’Età Moderna.

Dalla documentazione in nostro possesso è possibile constata-re l’esistenza contemporanea di diversi sistemi d’uso dell’arma, legati principalmente all’autorevolezza dei singoli maestri e alle tradizioni regionali preesistenti; a prescindere dall’epoca di pub-blicazione, in alcuni trattati appare un gioco schermistico più affine ai cinquecenteschi classici, in altri un gioco molto più mo-derno, in altri ancora caratteri intermedi.

La storia, del resto, non procede a compartimenti stagni e la cultura materiale che essa produce assomiglia, si consenta la metafora artistica, più a una tela impressionista che a un quadro cubista: non esistono, quindi netti confini nelle fogge, e nemme-no nella dottrina di uso di queste armi, ma più che altro tendenze e correnti.

Prima di procedere oltre è quindi bene chiarire che ai fini della odierna pratica della scherma storica e della sua didattica nei corsi, per Striscia oggi si intende non solo una determinata “forma” di spada, ma anche uno specifico maneggio, entrambi molto differenti da quelli della precedente Spada da lato/da filo.

Tale distinzione dalla sua progenitrice cinquecentesca, arbi-traria ma necessaria soprattutto nella didattica, si basa almeno sui seguenti punti:

1) forma dell’arma: lama più lunga e sottile, guardia più protettiva;

 

2) disciplina di uso: preferenza del colpo di punta al colpo di taglio; abitudine a colpire in a-fondo, con passo me-dio-lungo; tendenza a concentrare il gioco schermistico (guardie, linee, azioni di offesa e di difesa…) nella regione superiore del corpo; centralizzazione del braccio armato; spiccato uso del cono di protezione; maggiore utilizzo e padronanza del contatto di ferro.

 

Solo in questo senso, e ai soli fini di una maggiore comprensione evolutiva, è possibile tentare di inquadrare i vari trattatisti che nel Seicento hanno scritto di Striscia in categorie, a seconda del loro metodo di uso dello strumento,; per esempio: “antichi”, che prediligono un gioco frammisto di punta e taglio; “inter-medi”, ormai convertiti al gioco di punta, ma con dinamiche di combattimento (tempo e misura) ancora legate al passato; “moderni”, giocatori maturi di punta, che insegnano a tirare con stilemi tecnici (ancora, soprattutto, di tempo e misura) che aprono alla teoria della scherma moderna.

spada

DISEGNO STILIZZATO DI UNA REPLICA MODERNA DI STRISCIA

 

 

 

FRANCESCO LODÀ, PhD.

Roma, 2014

LA SCUOLA ROMANA, E LE SCUOLE DI SCHERMA NAPOLITANA E SICILIANA

Premessa metodologica: Tradizioni o Scuole di scherma?

Allo stato attuale della ricerca, numerose tradizioni schermistiche hanno lasciato tracce del proprio percorso in Italia. Alcuni studiosi o amatori sono persuasi di chiamarle tutte “scuole”, spesso solo in base alla condivisione dello stesso idioma o della stessa area geografica tra gli scriventi: e quindi, “scuola” (di lingua o appartenenza) italiana, tedesca, spagnola, settentrionale, meridionale… Altri, adducono perlomeno motivazioni miste, raddoppiate, di provenienza regionale e insegnamenti condivisi: le migliori proposte, queste, che danno la nascita alle categorie moderne con cui si parla di scuola bolognese, fiorentina, milanese…

Tuttavia, per il ricercatore professionista il problema principale sta prima di tutto nel definire il concetto stesso di “scuola”: dandone un’interpretazione più o meno estesa, si modificano fortemente i parametri di indagine e ricostruzione dei fenomeni storici in esame: trattati, documenti, iconografia…possono addirittura diventare subordinati alle categorie dello studioso, e questo espone il lavoro di ricerca a seri dubbi di legittimità. Infatti minori sono i parametri comuni richiesti ai trattati esaminati, maggiore sarà la facilità di teorizzare l’esistenza di una “scuola” che li accumuni; o in altri termini: se i requisiti si allargano (per esempio: condividere la lingua) il “contenitore comune” cresce a dismisura, mentre se si restringono (per esempio: condividere lingua, regione, impostazione teorica, terminologia), sempre minori fenomeni storici potranno farne parte. Lo storico, ma anche l’amatore, corre sempre un rischio nel tracciare i confini di questi parametri: nel caso della legittimità sull’esistenza di “scuole”, se sono troppo larghi, potrebbe finire per confermare ciò che in verità aveva già postulato, dandosi ragione ad arte in una struttura circolare; se sono troppo stretti invece, può finire per essere più realista del Re e creare griglie troppo rigide in cui i dati non riescono ad entrare.

Secondo chi scrive il mestiere dello storico, quindi, consiste in questo caso nel far luce sull’evoluzione della scherma, pronto a cogliere tutte le associazioni tra fenomeni storici desunti da trattati, biografie dei Maestri, documenti archivistici per ricostruire un quadro generale; senza tuttavia piegare la realtà storica alla propria intuizione, col rischio di semplificare o complicare troppo la materia. Fino ad assumersi la serena responsabilità, talvolta, di non potersi esprimere con sicurezza in mancanza di dati incontrovertibili.

Si ritiene importante premettere questa riflessione metodologica perché il lettore abbia non solo un quadro più chiaro, ma comprenda meglio quali sono i fondamenti e gli obiettivi di questa ricerca storica sulla Scuola di scherma Romana e sulle scuole Napolitana e Siciliana. È quindi ora possibile chiarire la genesi delle tre scuole.

 

Le tre Scuole in una

Per Scuole Romana, Napolitana e Siciliana, indichiamo un complesso fenomeno nella storia della scherma: una tradizione durata più di due secoli e destinata a influire direttamente sulla scherma moderna, basata su una forte condivisione di principi, didattica, casi linguistici, legami famigliari e/o personali tra i suoi esponenti, utilizzo degli stessi strumenti di lavoro, percezione univoca dall’esterno. Queste tre linee hanno un’origine comune nella Scuola Romana[1], una tradizione che nasce in seno alla congerie cinquecentesca della città e che si sviluppa in particolar modo nel Seicento su impulso di una dinastia di schermidori e Maestri, la famiglia Marcelli; nel corso del secolo la famiglia esprime una ricca serie di Maestri, cavalieri dilettanti, discepoli, che insegnano, scrivono trattati, producono documenti, viaggiano e diffondono il metodo originario. Tra questi si distingue per prestigio Giovan Battista Marcelli, che arrivato a Napoli probabilmente intorno alla metà del secolo, istituisce una propria scuola (probabilmente insegna anche nei principali Collegi cittadini) e forma valentissimi cavalieri; a questo Maestro fanno riferimento tutti i “napolitani” come fondatore del sistema e responsabile dell’affermazione del nuovo metodo contro le scuole di gioco alla antica. Il trattato principale, il più approfondito lascito della Scuola romana e della famiglia alla storia della scherma è senza dubbio quel Regole della Scherma[2], edito a Roma nel 1686 a firma di Francesco Antonio Marcelli, figlio di Giovan Battista, di cui riproduciamo il frontespizio qui sotto.

testo

In contatto con i Marcelli si trova un altro personaggio importante per la nostra disciplina, Francesco Antonio Mattei, cui si deve l’invenzione del nome di scherma o Scuola “Napoletana”, come recita il titolo del suo trattato[3] Della Scherma Napoletana, edito a Foggia nel 1669; a questa definizione si legheranno poi tutti i trattatisti successivi della corrente, e questo sarà il nome più longevo e famoso delle tre scuole sorelle.

All’opera di Giuseppe Villardita (1670 e 1673)[4], condiscepolo del Mattei, e di Nicola Terracusa (1725)[5], allievo dello stesso, si deve invece i fondamentali trattati della Scuola Siciliana, una interpretazione della Napolitana che riconosce sempre nei Marcelli la fondazione del sistema, e che avrà grande fortuna all’inizio del XIX° secolo grazie all’opera riformatrice di grandi schermidori come Giuseppe Rosaroll-Scorza e Blasco Florio.

 

[1] Per l’origine e lo sviluppo della linea romana, cfr. F. Lodà, “Discepoli della famiglia Marcelli”, in Atti della conferenza sulle metodologie della ricerca storica GISS 2014, di prossima pubblicazione. Per la scherma romana nel Cinquecento, è in corso una ricerca che mira a tracciarne i lineamenti attraverso l’opera di alcuni trattatisti e cronache storiche dell’epoca.
[2] F. A. Marcelli, Regole della scherma, Roma 1686.
[3] F. A. Mattei, La scherma napoletana, sec. ed. Foggia 1669 (della prima edizione abbiamo attualmente solo notizie e pochi dati certi).
[4] G. Villardita, La scherma siciliana, Palermo 1670-1673.
[5] N. e Ventura, La vera scherma napoletana, Roma 1725.

 

 

FRANCESCO LODÀ, PhD.

Roma, marzo 2009

Questione di metodo

La bottega dello storico e i suoi strumenti

nell’approccio alla Scherma Storica.

Abstract

Condurre una ricerca storica sulla scherma: un problema di metodo e metodi, molto prima che di risultati. Ma quali sono gli strumenti di una ricerca sulla storia della scherma?

A questa domanda non può esserci unicità di risposta poiché, da una parte, la giovinezza del campo degli studi, la storia della scherma, non ha sviluppato ancora metodologie caratterizzanti; dall’altra, perché le risorse impiegate devono prendere in esame tanto le tradizionali fonti storiche, archivistiche, iconografiche, storiografiche, biografiche, linguistiche (solo per citarne alcune), quanto la sperimentazione pratica, ciò che in altri settori potrebbe essere chiamata di volta in volta “archeologia sperimentale” o “ricerca sul campo”. Infine non si può trascurare l’importanza degli strumenti d’indagine e delle verifiche proprie delle scienze motorie e dell’allenamento, che sono solo accennate nel presente lavoro ma che costituiscono un terzo fondamentale pilastro.

Per fornire un esempio di metodo, si presenta dunque un’indagine sulla cosiddetta “Tradizione o Scuola Napolitana” di scherma, germinata dalla Scuola Romana, incentrando l’analisi sulle sue origini e sui primi periodi del suo sviluppo a cavallo tra i secoli XVII° e XVIII°.

Per delineare il fenomeno, si farà ricorso ai seguenti criteri: 1) l’omogeneità linguistica; 2) parentele e discendenze: il punto di vista “interno”; 3) gli elementi innovativi della scuola, e la loro trasformazione in elementi caratterizzanti; 4) lo “sguardo da lontano”; 5) lo strumento – spada e le fonti iconografiche.

Alla fine del lavoro, si cercherà di dare risposta almeno ai seguenti temi: a) individuazione del metodo adoperato; b) garanzie scientifiche della ricerca; c) esistenza di una “scuola” napolitana e in quale accezione.

 

1. L’omogeneità linguistica: alcuni casi notevoli

Quando un complesso fenomeno storico-sociale nasce e si sviluppa, l’uso della lingua riveste un fondamentale ruolo unificante, una sorta di “cemento” che permette di identificare facilmente il fenomeno in generale e le sue parti costituenti; per converso, quando il fenomeno scompare o degenera senza lasciare tracce inconfutabili, l’analisi delle sue forme linguistiche permette di avanzare ipotesi ricostruttive con maggiore attendibilità.

Per la ricerca sulla scherma napolitana sono state analizzate molte parole e locuzioni “tecniche” (descrizioni di azioni), che sembrano essere patrimonio comune di tutti i trattatisti della linea, talvolta perfettamente ricalcate da testo a testo (e da decennio a decennio), talaltra mantenute con leggere modifiche. Per la relazione odierna, si è scelto di presentare solo alcune delle principali espressioni, fornendo l’etimo delle parole attualmente in disuso nella lingua italiana.

A proposito dell’Italiano…alcune riflessioni preliminari sulla storia della nostra lingua:

1.     l’Italiano è una lingua fissatasi per uso letterario;

2.     fino alla famosa risciacquatura dei panni in Arno non esistette alcun “canone” condiviso neanche nell’impiego letterario;

3.     pur fondandosi sul Fiorentino trecentesco, la lingua italiana è una lingua costruita sui regionalismi;

4.     tali regionalismi hanno, di fatto, costituito la lingua italiana prima di qualsiasi unificazione linguistica letteraria;

5.     l’italiano parlato (neo-standard) deve la sua penetrazione nella società grazie alla massiccia diffusione capillare della televisione, e che pertanto il processo di de-regionalizzazione della lingua è di oltre cent’anni più tardo dell’opera manzoniana…

Premesso ciò, l’uso di termini comuni risulta ancora più determinante nella identificazione di un fenomeno storico-sociale sei-settecentesco, quale è la Scherma Napoletana. Procediamo, quindi, con alcuni esempi:

1.     Scurso: l’aggettivo scurso (o scorso) ricorre in tutta la trattatistica presa in esame, in genere accoppiato nelle locuzioni passo scurso, finta scorsa; le tecniche descritte prevedono un movimento fluido, basato su tre tempi (in genere di tipo: 1, 2-3), che porta l’azione dal fuori misura al ferimento senza soluzione di continuità e con gran prestezza.

Probabilmente l’etimo del termine, scomparso nell’italiano contemporaneo, è rintracciabile nel participio del verbo latino excurro, excursus, che esprime le sfumature di significato di: affrettarsi; avanzarsi bruscamente; slanciarsi fuori o in avanti. Il significato latino, in effetti, ben si sposa con l’impiego nella scherma, dinamico e senza interruzioni, di tale aggettivo.

 

2.     Scommossa: l’azione, che mira a creare un varco nella guardia o nella posizione dell’avversario tramite un traccheggio invasivo e potente, ricorre in tutta la trattatistica presa in esame. Anche qui per l’etimo, scomparso nell’italiano contemporaneo se non per il prefisso –scom (che esprime generalmente il mettere in disordine qualcosa), è rintracciabile nell’aggettivo partitivo femminile del verbo latino commoveo, commota, che esprime le sfumature di significato di: scossa, fatta smuovere, turbata, spesso con connotazioni legate al movimento fisico.

 

3.     Sedersi in pianta: con questa espressione, i napolitani intendevano l’accomodarsi nella posizione di guardia, alla giusta misura e con le giuste proporzioni nelle membra del corpo (la pianta, appunto, relativa non soltanto ai piedi ma alla corretta impostazione corporea).

 

4.     Sottobotta: è abitudine dei napolitani dell’epoca indicare con questa espressione un colpo, spesso tirato in tempo, sotto l’armi; altrove, per esempio al settentrione, la stessa famiglia di azioni è indicata col termine passata sotto, e successivamente sarà indicata spesso nel meridione col termine cartoccio. Il termine sottobotta è presente tuttavia anche nei trattati francesi coevi, nelle espressioni “coup dessous les armes”, “baissement du corp/du bras”, “coup au dedans des armes”.

 

5.     Provocata, scoperta d’intenzione, botta dritta, fuga della mano armata, ginocchio annervato…: queste ultime espressioni sono piuttosto chiare anche per il lettore moderno, e non hanno bisogno di spiegazioni particolari; è importante rilevare come si ritrovino in tutta la trattatistica presa in esame (e solo in quella), e come sembrino formare assieme alle espressioni sopra esaminate una vera e propria eredità linguistica comune nella scuola napolitana.

 

2. Parentele e discendenze: il punto di vista “interno”

La prima e più intuitiva risorsa che lo storico ha a disposizione nell’ipotizzare, come per il nostro esempio, l’esistenza di una “scuola” ben definita, consiste nell’indagare il cosiddetto punto di vista “interno”; in altre parole, prendere in considerazione e vagliare cosa dica di sé ogni autore che lo storico considera far parte della “scuola”. E occuparsi, immediatamente dopo, dei “riferimenti incrociati” che l’esame delle note autobiografiche traccia, in cerca tanto di conferme quanto di confutazioni. Il lavoro critico dello storico, a questo livello, si nutre infatti tanto delle conferme alle proprie intuizioni, quanto e soprattutto delle eccezioni alle proprie teorie; questo processo, sia permesso dirlo anche solo brevemente, assieme a molti altri cui accenneremo nel presente lavoro, garantisce allo storico sia un congruo rispetto per l’integrità della materia storica, sia un maggiore rigore nelle proprie ricostruzioni.

Per la nostra ricerca, ci si è avvalsi quindi sia delle note autobiografiche degli autori presi in esame, sia delle testimonianze coeve e successive di dilettanti ben informati. Per questa esposizione, sono stati considerati con particolare attenzione i trattatisti che pubblicano tra il 1669 e il 1725, scelta operata in funzione della maggiore prossimità storica all’origine del movimento napolitano; tra i secondi, citeremo nel presente punto le osservazioni di Giuseppe D’Alessandro, Duca di Pescolanciano, scelta operata in funzione della maggiore completezza.

Per render chiaro un esame altrimenti impegnativo e davvero lungo, si presenta di seguito solo uno schema riassuntivo:

 

Trattatisti napolitani attivi tra 1669 e 1725

 

1.     Francesco Antonio Mattei: si considera discepolo del fratello Giovanni, che collega a sua volta ai precetti di Giovan Battista Marcelli; considera il Marcelli come l’iniziatore (corifeo[1]) del movimento. È il primo ad attestare la dicitura “scherma napoletana”.

2.     Giuseppe Villardita: si considera marcelliano, allievo di Giovanni Mattei e condiscepolo di Francesco Antonio Mattei.

3.     Francesco Della Monica: si definisce allievo del Marcelli.

4.     Francesco Antonio Marcelli: si considera discepolo del padre Giovan Battista, e dello zio Lellio.

5.     Francesco Nuzzo: si definisce di scuola napoletana.

6.     D’Alessandro: dilettante e nobile partenopeo, dichiara di aver avuto come maestro il Marcelli per qualche mese, e di essersi formato poi coi suoi primi allievi.

7.     Nicola Terracusa: si definisce allievo del Marcelli, di Giovanni e Francesco Antonio Mattei.

 

Le note del D’Alessandro

Dallo scritto interessante del D’Alessandro, notevole per l’opera di storico dilettante più che per la teoria schermistica, ricaviamo diverse informazioni su Giovan Battista Marcelli e i suoi allievi diretti; il D’Alessandro cita tra questi infatti:

1.     Giulio Fiorentino (che chiama primo Scolare di Giambattista Marcelli);

2.     Giovanni de Mattei (allievo anche di Giulio Fiorentino);

3.     Onofrio della Corte (allievo anche di Lellio Marcelli e Giulio Fiorentino);

4.     Principe di Cursi, Giovanni Cicinelli;

5.     Geronimo Capano;

6.     Giuseppe D’Alessandro (allievo anche di Giulio Fiorentino);

7.     Marchese della Terza, Nicola Navarretta;

8.     Alonzo Laines;

9.     Francesco Gionti (probabile allievo);

10.                       Nicola detto il Barbiere (probabile allievo);

11.                       Francesco Della Monica (lo considera come un probabile allievo);

12.                       Francesco Antonio de Mattei (allievo anche del fratello Giovanni).

 

L’ipotesi dell’esistenza di una scuola napoletana è chiaramente avvalorata dal numero e dalle congruenze dalle “parentele” schermistiche sopracitate; nei prossimi paragrafi saranno chiariti gli altri strumenti che permettono di confermare ed avvalorare queste note autobiografiche e biografiche.

3. Gli elementi di innovazione, rispetto al primo metodo secentesco, e come essi si trasformano in elementi caratterizzanti della scuola. Il periodo 1669-1725

 

Nelle pagine degli autori del primo Seicento[2] notiamo, nella conduzione dell’assalto, una vera e propria interruzione tra la fase del cercare o trovare la spada, e l’azione vera e propria del ferire.

Tale interruzione, eredità evidente del gioco cinquecentesco, è trattata dagli autori con sfumature diverse: per alcuni, semplicemente, i moti avvenuti fuor della misura non sono considerati nel tempo schermistico; per altri, al momento di giungere a misura, si assiste a una sorta di azzeramento del tempo schermistico. Entrambe le sfumature interpretative, dunque, esprimono questa segmentazione del gioco schermistico tra l’entrata a misura, e il ferire l’avversario.

La principale novità introdotta dal gioco napoletano mira a risolvere proprio questa interruzione: la frase schermistica è infatti concepita dal fuori misura al ferimento dell’avversario, senza alcuna soluzione di continuità; questa omogeneità di movimenti e di intenzioni è garantita dall’uso di un nuovo passeggio, complesso e dinamico, e da una grande varietà di azioni.

Evidenzieremo, dunque, gli elementi che ci permettono di ipotizzare la nascita effettiva di un nuovo canone, o perlomeno di nuovi orientamenti condivisi e riuniti sotto il nome di “scuola napolitana”. Cominceremo quindi dal tratteggiarne la linea evolutiva.

 

Tra il 1669 e il 1725[3] c’è un movimento di autori autodefiniti napolitani; tutti riconoscono come i fondatori del nuovo movimento:

·        Giovan Battista Marcelli, maestro in Napoli attorno alla metà del Seicento;

·        Giovanni Mattei, maestro in Napoli (e forse in Puglia) più o meno nello stesso periodo e strettamente collegato agli insegnamenti del Marcelli, probabilmente più vecchio.

I due maestri non hanno lasciato alcuna testimonianza diretta, le notizie sono tramandate dai loro discepoli. Al Marcelli si fa risalire unanimemente almeno l’introduzione della botta dritta. Prima di loro, nessuno nomina chiaramente azioni portate col passo scurso (antesignane delle odierne azioni marciando o camminando) e quindi concepite “da lungo”; nè l’uso di una guardia che non permetta facilmente la ricerca del ferro.

Lo studio dei documenti ci permette quindi di affiancare alle innovazioni dei precursori Marcelli e Mattei (botta dritta, misura lunga, passo scurso, guardia evasiva), una vastissima serie di azioni schermistiche che appaiono in tutti i trattati napolitani, con minime variazioni, nel periodo 1669-1725; citeremo, quindi almeno le principali: toccate di spada; scommosse; provocate; disordinate; finte semplici, finte scorse, finte ritornate (ovvero, i vari gradi della finta); scoverte d’intenzione; sottobotte; passate; imbroccate…

È possibile ipotizzare che tutte queste azioni fossero già insegnate dal Marcelli e dal Mattei, poiché almeno i trattati di Francesco Antonio Marcelli (figlio di Giovan Battista) e di Francesco Antonio Mattei (fratello di Giovanni) sono presentati dagli stessi autori come le mere versioni cartacee degli insegnamenti orali dei due precursori; tuttavia, l’omaggio ai “grandi vecchi” potrebbe esser determinato da affetto familiare e, più probabile ancora, dall’obbedienza alle comuni regole di impostazione letteraria dell’epoca, che vogliono l’ autore umile, timorato, severo nella trasmissione al destinatario ma compiacente nei confronti del mecenate-protettore, mai presuntuoso e possibilmente portavoce non di opinioni personali ma di un metodo scientifico.

Se le fonti, quindi, non ci permettono di stabilire l’origine delle azioni sopracitate nell’insegnamento di Marcelli e Mattei, di sicuro ci permettono di affermare come siano insegnate da tutti gli autori del periodo 1669-1725; la sistematica ricorrenza di queste tecniche; come esista un ordine espositivo comune;  come esiste un ordine espositivo tra la spada e daga, e la spada sola (uniche eccezioni, Marcelli e Terracusa); come tale ordine didattico fosse rigorosamente rispettato nelle Accademie.

Per questi motivi, è possibile ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio “canone” di scuola napoletana, condiviso e seguito dai suoi interpreti.

All’interno di questo canone si ravvisano quindi alcune differenze minime di impostazione; il gioco di spada e daga sembra essere il più omogeneo, mentre quello di spada sola conserva alcune differenze.

Tra queste ricordiamo almeno il caso più importante, la posizione del ginocchio avanzato nella botta dritta: la maggioranza degli autori postula entrambe le ginocchia annervate, ovvero distese, nello slongare la botta; solo il Marcelli e il Calarone, invece, descrivono la botta dritta col ginocchio avanzato moderatamente piegato, e con conseguente lunghezza d’affondo superiore a quella degli altri napoletani. Al di fuori della querelle tecnica, se da una parte si constata l’impostazione diversa del ginocchio e della lunghezza della botta, dall’altra rimangono invariate tutte le altre disposizioni principali, quali: busto eretto e testa centrali, braccio armato e braccio posteriore portato all’altezza della spalla, moto della botta che comincia dalla fuga in avanti della mano armata e vede il corpo seguire; anche qui, la sistematicità delle rispondenze tra gli autori dona altri argomenti a favore dell’esistenza di un canone condiviso.

 

4. “Lo sguardo da lontano”

Per affermare l’esistenza di un canone, allo storico non basta il solo punto di vista “interno”. La ricerca deve volgersi a trovare conferme o confutazioni nelle pagine degli osservatori “esterni”, coevi e posteriori al fenomeno osservato;

Nel nostro caso napolitano, ci soffermeremo brevemente solo sulle testimonianze principali italiane, e su quelle d’Oltralpe.

Tra i trattatisti italiani: Giuseppe Morsicato Pallavicini, da cui otteniamo informazioni precise sulla rivalità in Sicilia tra i seguaci del Marcelli, e le tradizioni autoctone, Giovanni Pietro Gorio, Bondi di Mazo, Paolo Capodivacca e Ruggero di Rocco;

Tra gli italiani delle generazioni successive: Alessandro Di Marco, Marco Marcello Vandoni, Vittorio Cornelio Nicola Di Gennaro napoletano; questi quattro autori (pubb.1758-1793), testimoniano uno sviluppo maturo della scuola, basato perfino su uno strumento (la spada) diverso e più leggero. Sono preziosi, poiché lo storico può ricostruire con sufficiente attendibilità la linea evolutiva dello stile napolitano fino alla teorizzazione di Rosaroll-Scorza e Grisetti (1803).

Tra i coevi francesi: Besnard, De La Touche, Le Perche, Liancour, Labat, De Beaupré.

 

5.  Lo strumento-spada e l’iconografia

La spada è prima ancora che un’arma, uno strumento; ed è noto, del resto, come ogni strumento influenzi la materia per cui è stato creato ed sia da questa influenzato. Se la foggia della spada, quindi, influenza il moo di tirare di scherma, i condizionamenti sociali, storici, politici, e finanche sportivi modificano l’evoluzione materiale della spada, la sua forma e le sue proporzioni.

La spada usata dai giocatori napolitani tra Seicento e Settecento non si modifica granchè ; anzi è  possibiole affermare che la sua forma virtualmnte invariata, se non per piccole evoluzioni, fino alla prima metà dell’Ottocento garantisca una delle migliori prove dell’esistenza della scuola napoletana; i trattatisti della scuola descrivono in maniera piuttosto chiara e condivisa le caratteristiche della loro spada. Gli elementi principali sono:

 

1.     Lunghezza: alla cintura, circa 90-105 cm, sempre proporzionata alla statura.

2.     Robustezza: dura e giustamente pesante, destinata a sostenere la prova de’ cimenti.

3.     Foggia: di opinioni diverse, alcuni la preferiscono di mezzo filo, altri da filo intero; si ritrovano ben pochi accenni a lame triangolari.

4.     Protezione: inizialmente ha una coccia a tazza, ben sviluppata e dotata di vette pronunciate; successivamente, e di pari passo con un graduale alleggerimento della lama, la coccia muta in una mezza coccia, in una guardia a valve, e in un più ridotto piattino concavo.

 

Infine, l’iconografia della trattatistica ci mostra un corpus di insegnamenti ricco e variabile, ma uniformemente rappresentato; soprattutto tra il 1669 e il 1725 sono identiche le raffigurazioni di: posizioni di guardia (Marcelli, Villardita, Della Monica, Terracusa); botta dritta con gambe annervate (Villardita, Della Monica, Terracusa); botta dritta con ginocchio avanzato piegato (Marcelli, Calarone); sottobotte (tutti); nelle illustrazioni delle regole di spada e daga, addirittura non si nota alcuna variazione personale, ma un canone identico rigidamente applicato.

 

Conclusioni

Gli obiettivi della ricerca e le risposte

 

1.     Individuazione del metodo adoperato;

2.     Quali sono le garanzie scientifiche della ricerca?

3.     Ha senso parlare di una “scuola” napolitana? E in quale accezione?

 

L’impiego dei criteri di verifica sopracitati sembra autorizzare l’ipotesi di una vera e propria scuola napoletana, con identità propria e autonomia di insegnamenti rispetto al panorama schermistico italiano ed europeo. La collazione delle analisi parziali della linguistica, delle autobiografie dei napoletani e delle biografie degli esterni, degli elementi tecnici innovatori e delle caratteristiche tecniche della scuola, della evoluzione materiale della spada e del raffronto dell’iconografia, suggeriscono infatti una visione d’insieme organica e coesa.

Le garanzie della ricerca sono offerte dalle conferme incrociate nei diversi criteri: sguardo interno ed esterno, iconografia e strumento, linguistica ed evoluzione tecnico-tattica sembrano convergere tutte sull’affermazione di un fenomeno unitario.

L’esistenza di una linea forte, di una “Scuola Napolitana” sembra così essere stata percepita dai suoi stessi attori, in una semantica che coinvolge cavalieri dilettanti e Maestri, e riunisce in uno le caratteristiche: dell’atelier formativo per i tirocinanti; dell’istituzione che trasmette il patrimonio schermistico regionale; della tradizione locale e letteraria che si riconosce nei suoi progenitori ed elegge i suoi rappresentanti.

L’analisi della bottega dello storico, oggetto di questa relazione, pare così fornire delle solide basi per le acquisizioni scientifiche future sulla scuola napoletana.
[1] Cf. F. A. Mattei, Della scherma napoletana: discorso primo dove sotto il titolo dell’impossibile-possibile si prova che la scherma sia scienza e non arte, etc. Foggia, 1669, pp. 92-93.
[2] Cf. almeno: M. Docciolini, Trattato di Scherma, 1601, a cura di Silvio Longhi. AIMS, 2003; S. Fabris, Lo Schermo, overo Scienza D’Arme. Copenhagen, 1606 ; N. Giganti. Scola, overo, Teatro, etc., Venezia, 1606; R. Capoferro, Gran simulacro dell’arte e dell’uso della scherma, Siena, 1610, Siena, 1610; T. Ceresa, L’Esercizio della Spada Regolato con la Perfetta Idea della Scherma, etc. Ancona, 1641; F. Alfieri, L’arte di ben maneggiare la spada, etc. Padova, 1653.
[3] [1] Cf. F. A. Mattei, op. cit., 1669, pp. 92-93; G. Villardita, La scherma Siciliana ridotta in compendio da Giuseppe Villardita , comunemente detto il nicosioto. Etc. Palermo, 1670; G. Villardita, Trattato di Scherma Siciliana, etc. Palermo, 1673; F. della Monica, La Scherma Napoletana: discorsi due. Parma, 1680, manoscritto; F. A. Marcelli, Regole della scherma insegnate da Lelio e Titta Marcelli scritte da Francesco Antonio Marcelli figlio, e nipote e maestro di scherma in Roma, Roma, 1686; F. G. A. Nuzzo, Alimento di sangue illustre, in due parti diviso, nella prima vi sono notate alcune regole dell’arte di cavalcare; nella seconda alcuni documenti della scherma napolitana, Palermo, 1691; C. Calarone, Scienza pratica necessaria all’homo ovvero modo per superare la forza coll’uso regolato della spada. parte prima. Roma, Stamperia Luca Antonio Chracas, 1714; N. Terracusa e Ventura, La vera scherma napolitana rinovata dal signor Nicola Terracusa, e Ventura, Roma, 1725.