Traduzione La lezione di scherma


stefano-gardenti

 

Introduzione. 3

Preambolo. 5

Le responsabilità dell’insegnante. 5

L’esempio. 7

l rapporto dell’insegnante con la sua attività schermistica pregressa. 8

La didattica. 9

Il divertimento. 12

Il gruppo. 13

Il saluto. 15

Rapporto con i genitori e similari 15

La lezione. 17

Introduzione. 17

Oggetto della lezione ed autonomia dell’allievo. 18

Componenti psico-fisiche della lezione. 21

Introduzione. 21

Livello attentivo. 21

Affaticamento muscolare. 22

Tipologie di lezioni 23

Introduzione. 23

La prima lezione. 24

La lezione conoscitiva. 25

La lezione formativa. 26

Introduzione. 26

Struttura della lezione. 27

Elementi della lezione. 30

L’errore. 31

La lezione allenante. 32

La lezione tattica. 33

La lezione assaltante. 34

L’assalto assistito. 35

Forme di lezione. 36

Introduzione. 36

La lezione plurima. 37

Introduzione. 37

Tipologie di lezione plurima. 38

Il saraceno. 39

Due contro uno. 39

La lama avvelenata. 40

I due moschettieri 40

Lezione a stazioni 40

Lezione a giro. 41

Lezione a punteggio. 41

Lezione orale. 41

La lezione agonistica. 42

Lezione di ripasso ad ogni inizio anno. 42

Variazione della tipologia di bersaglio nella lezione. 43

La mano. 44

La maschera. 44

Adottare nella lezione la segnalazione della riuscita del colpo. 45

La lezione secondo le caratteristiche dell’allievo. 45

Rapporto psicologico con l’allievo. 47

L’agonismo. 47

Evoluzione dell’allievo. 49

La lezione alle giovani leve e a neofiti adulti 50

Conclusioni 51

Congedo. 53

 

 

Dedicato a chi, insegnando, dona

parte di se stesso

 

Introduzione
 

La trasmissione della conoscenza è alla base dell’evoluzione della specie umana: ogni generazione, ricevuto un ideale testimone da quella precedente, lo cede a sua volta a quella successiva, arricchendo o purtroppo qualche volta depauperando (secondo “l’alterna onnipotenza delle umane sorti”, come dice il Foscolo) il patrimonio culturale dell’uomo.

In effetti molte volte più che di evoluzione nel senso positivo della parola, si tratta di adattamento ai tempi correnti, tempi che saranno in seguito giudicati dai posteri come classici, di transizione, decadenti e così via.

In questa particolare staffetta evolutiva il ruolo centrale spetta all’insegnante: è lui che, prendendo in consegna il neofita, produce in quest’ultimo l’imprinting culturale, è lui consente i suoi primi passi, è lui che concorre a formare una sua specifica forma mentis.

La Scherma non sfugge a questi principi generali, anzi, ammantandosi del sottile velo di una disciplina metà scienza e metà arte, pone il maestro d’arme al centro di un vero e proprio universo: in sala egli appare come il detentore della conoscenza assoluta e viene percepito come l’incontrastato gestore della sapienza tecnica in senso lato.

La lezione individuale, che costituisce l’ambito educativo prevalente, tende anche a rafforzare i rapporti personali tra insegnante e allievo, andando ad instaurare nel tempo un particolarissimo legame affettivo e confidenziale.

In effetti il maestro non solo illustra la tecnica ed in seguito cerca di affinarla, ma interloquisce anche sulla tattica e sulla strategia; in una parola insegna a combattere sulla pedana, interfacciandosi anche con le caratteristiche psicologiche e caratteriali dell’allievo con cui si sta intrattenendo.

Ogni allievo, almeno sino ad una certa fase della sua evoluzione agonistica, combatte all’ombra del maestro.

Del resto quest’ultimo è il portatore del suo personale pensiero: la sua esperienza lo porta a determinate scelte tecniche, da cui ne fa derivare i propri principi; attua le metodologie d’insegnamento che per lui si sono rivelate come le più produttive; relaziona i propri allievi nei modi che ritiene più stimolanti e così via; in una parola, elabora una sua Scuola.

A questo proposito, come sappiamo, l’insegnamento nel suo aspetto didattico è assolutamente libero: questa garanzia, a sottolinearne l’importanza, è addirittura sancita  dall’articolo 33 dalla nostra Carta costituzionale (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”).

Ed è proprio in quest’ottica che desidero fare una doverosa premessa a questo mio lavoro: nel modo più assoluto il mio intento non è quello di fornire un prontuario per insegnare la nostra disciplina, quanto piuttosto quello di supportare l’educatore neofita nella sua attività di esordio, illustrandogli a questo proposito tutta una serie di dati d’indirizzo.

Anche la didattica, notoriamente la metodologia dell’insegnamento, non fa parte degli obiettivi che cercherò di centrare in queste mie pagine: in questo campo, direi soprattutto in questo campo, la scelta non può che essere operata in modo diretto da colui che la attua.

Mi limiterò quindi ad un excursus su tutto ciò che può fornire all’insegnante neofita materia di riflessione al fine di aiutarlo nell’elaborazione della propria scelta personale.

Tra l’altro il mestiere di maestro di scherma, se di mestiere poi si tratta, non concede alcuna pausa o punto d’arrivo definitivo: talvolta Il Regolamento cambia le norme del combattimento, talvolta cambiano i materiali dell’equipaggiamento, talvolta variano gli indirizzi dell’interpretazione arbitrale oppure le formule di gara e così via (anche se tutto ciò è scarsamente percepito dai più in quanto diluito notevolmente nel tempo: è una specie di panta rei  (tutto scorre) schermistico).

In queste pagine parlerò delle responsabilità dell’insegnante, del suo modo di porsi, della visione globale dell’allievo, delle diverse forme d’insegnamento, dell’attività agonistica, della relazione con i genitori nel caso di schermitori minorenni e di scherma insegnata agli adulti.

Un’ultima nota introduttiva: mi permetterò, caro amico lettore, di darti del tu e non perché (ahimè) sei sicuramente più giovane di me (io ho già superato la sessantina), ma perché forse sei già un collega fresco di nomina o ti appronti ad esserlo presto.

 

 

M° Stefano Gardenti

 

 

a Firenze nel sesto mese del 2012

 

 

Preambolo
 

Le responsabilità dell’insegnante – L’esempio – I rapporti dell’insegnante con la sua attività agonistica pregressa – La didattica – Il divertimento – Il gruppo – Il saluto – Rapporto con i genitori e similari

 

 

Le responsabilità dell’insegnante
 

Lungi da me l’esordire con una paternale, tuttavia non mi sento di affrontare l’argomento senza fare alcune considerazioni di carattere generale che per me rivestono un’importanza fondamentale.

Chiunque insegni ha una grossa responsabilità e non può prescindere da questa: ogni allievo neofita che ti si presenta davanti è tabula rasa e si affida completamente a te per entrare in contatto con il nostro mondo.

In questa situazione il suo potenziale destino di schermitore è affidato e strettamente condizionato alla tua capacità relazionale di maestro; e ciò è ancora più importante in un’attività come la nostra che, essendo libera, non è sottoposta di conseguenza ad alcun obbligo di frequentazione.

Come abbiamo accennato nell’introduzione, la scherma è un mondo molto vasto: nell’ ottica della capacità motoria si cerca di assicurare il massimo grado di destrezza e di resistenza alla fatica –  nella tecnica, partendo dall’alfa, si spiega come impugnare un’arma e, giungendo all’omega, si arriva all’ultima pagina dei trattati dove si parla di finta in tempo – nella tattica si studia l’applicazione della cosiddetta contraria – nella strategia si cala lo scontro sulla pedana in vista del risultato finale – sotto l’aspetto psicologico si tende a costruire la necessaria mentalità di combattente – sotto l’aspetto caratteriale si cerca di dare un idoneo supporto emotivo.

Chi insegna deve prendere per mano i neofiti e deve condurli in questo loro ipotetico lunghissimo cammino, rispettando i loro diversi tempi di maturazione e adattandosi camaleonticamente alle loro peculiarità personali.

Nell’ambito agonistico il più delle volte devi imparare ad asciugare qualche lacrima e, se sei bravo e fortunato, in altre devi intelligentemente ridimensionare eccessivi e spropositati ardori.

A pensarci bene, te lo confesso candidamente, come insegnanti c’è da sentirsi tremare i polsi per tutte le situazioni che ci aspettano al varco: l’instabilità dei bambini (lavori alacremente su un elemento uno o due anni, poi, magari senza nemmeno salutarti, non lo vedi più!) – l’estrema variabilità dei loro caratteri (qualcuno va continuamente spronato, invece ad altri vanno tarpate costantemente le ali, come se sotto il profilo caratteriale non esistessero elementi normali!) – i rapporti conflittuali che insorgono tra di loro (magari due o più leader che si contendono il primato nel gruppo) – a suo tempo sei anche coinvolto nei problemi connessi alla loro pubertà (apatia, senso di ribellione e ricerca del proprio io) – la variegata casistica delle loro capacità di apprendimento sia motorio che concettuale, che ti costringe a cambiare continuamente linguaggio e obiettivi –

le urgenti e pressanti aspettative di affermazione agonistica, spesso avvertite più dai genitori e similari che dai ragazzi stessi – certe volte ti sembra anche di fare il dopo – dopo scuola, nel senso che i bambini sono usciti da casa per andare a scuola e direttamente sono venuti in sala già saturi e stanchi della giornata… e sicuramente a questa mia carrellata mancano altre osservazioni!

Hai capito perché, poter fare del proprio meglio, all’insegnamento ci si deve arrivare già sufficientemente preparati e attrezzati; non ci si può improvvisare maestri (o istruttori), ma si deve studiare anche e molto di più al di là di ciò che serve per il superamento degli esami che ci conferiscono i titoli professionali: teoria schermistica e pratica di pedana sono soltanto i punti di partenza.

Il nostro zaino culturale deve essere alquanto pieno prima di partire per la nostra avventura d’insegnanti; in seguito le nostre esperienze personali aggiungeranno molti dati, eliminando o modificando le nostre originarie nozioni, e ciascuno di noi giungerà col tempo ad elaborerà un proprio metodo educativo.

A questo proposito mi permetto citarti l’estrema utilità dell’umiltà, non tanto come dote morale quanto piuttosto come forma d’intelligenza e mi spiego subito: siccome nessuno è indenne dall’errore, è dal modo con cui si reagisce ad esso che si determina la propria valenza.

Intestardirsi, più del lecito, su una propria credenza o convinzione non porta da nessuna parte: un atteggiamento del genere fa solo perdere tempo ed espone oltremodo gli allievi, coinvolgendoli tra l’altro direttamente (in fin dei conti salgono loro poi sulla pedana a combattere!).

Nella vita di ciascun insegnante l’errore è un ottimo compagno di viaggio: basta prestargli la dovuta attenzione e considerazione per aggiustare il proprio tiro e migliorare, quasi di giorno in giorno, la propria professionalità.

Gli allievi non sono e non possono mai essere considerati come delle cavie: andato male un esperimento con una, si passa ad un’altra e così via.

Indubbiamente ogni insegnante ha diritto ad elaborare una propria personale teoria schermistica, quella che poi, se ha successo, viene definita scuola; tuttavia la cosa deve avvenire per gradi e deve sempre essere condotta in modo responsabile.

A questo proposito credo che ricercare l’originalità solo per l’originalità non sia lecito a nessuno, anche perché, come ho già detto, si coinvolgono in modo diretto gli allievi, compromettendo non solo le loro prestazioni, ma anche la loro permanenza nella nostra disciplina e nello sport in generale.

Per i neo insegnanti il canone schermistico è già sufficientemente determinato sia sui trattati sia nell’esperienza dei maestri più anziani, che hanno svolto la funzione di tutor come richiesto dall’attuale iter di formazione professionale.

In genere un’eventuale propria visione tecnica, generale o limitata ad alcune azioni, può manifestarsi legittimamente solo dopo un certo periodo di rodaggio professionale sui canoni ritenuti classici per l’epoca contemporanea; in caso contrario o si ha la fortuna di essere un genio oppure, più probabilmente, si è solamente un presuntuoso.

Lo ribadisco ancora una volta, l’insegnante di scherma lavora su materiale umano, il più delle volte addirittura su bambini di tenera età: sua, solo sua, è la responsabilità di tutto ciò di negativo (in senso lato) che capiterà all’allievo.

A questo punto si apre un discorso di carattere generale, che coinvolge anche tutte le altre discipline sportive: la valenza dell’attività sportiva come coadiuvante della crescita globale dell’individuo.

Indubbiamente la natura è già molto selettiva nelle persone: esiste una vasta gamma di doti fisiche quali innanzitutto l’altezza e il peso, di doti caratteriali contenute tra la timidezza e l’aggressività, di doti di prestazione come la velocità e la coordinazione.

L’attività sportiva in genere (e quindi anche la disciplina schermistica) si deve prefiggere come risultato di minima, quello di far evolvere l’individuo in senso grandangolare per renderlo sempre più valido ed attrezzato partecipe alle contingenze della vita reale.

In questo senso l’attività sportiva va innanzitutto intesa come strumento di sviluppo e di piena maturazione dell’individuo sociale: tutto l’altro viene dopo.

Sull’insegnante di scherma grava anche un’altra specifica responsabilità: al di fuori delle attività sportive che fruiscono del magico attrezzo costituito da una sfera (qualsiasi siano le sue dimensioni: calcio, tennis, pallacanestro…) dimmi chi ha un attrezzo più bello e affascinante di un’arma bianca, resa naturalmente inoffensiva dal pallino sulla punta.

Cerca di non mentire mai a te stesso, il fatto che un allievo, entrato in sala poi se ne allontani senza una precisa motivazione, lo devi addurre in gran parte ad una tua manchevolezza  in qualche specifico campo: non lo hai accolto in modo adeguato, non sei riuscito a fargli fare gruppo con i suoi compagni di corso o non sei riuscito ad inserirlo nel gruppo preesistente, non sei riuscito a farlo divertire a sufficienza, hai fallito nel messaggio di fondo più importante, cioè non sei stato in grado di trasmettergli la passione per la scherma.

Quindi devi vigilare con estrema attenzione ai dati statistici delle nuove entrate in sala in relazione alle uscite e, se di caso, intervenire prontamente sui meccanismi di relazione che ti ho esposto appena sopra: un’ovvia considerazione recita che il primo nuovo allievo acquisito è proprio quello che non si è perso per la strada. E la cosa tanto più appare una sconfitta quanto più pensi al lavoro che hai svolto inutilmente: ecco un altro buon motivo per cercare di lavorare in sala sempre al meglio.

Sotto il profilo delle tue responsabilità c’è un’altra non di poco conto: la sicurezza nello svolgimento delle attività di sala.

Non solo dovrai controllare con costanza che vengano osservate scrupolosamente, senza alcuna eccezione di sorta, le norme federali in merito all’equipaggiamento durante gli assalti, ma dovrai sin dal primo giorno far insorgere nei tuoi allievi un’estrema  attenzione a tutta una serie di atti e situazioni: posteggiare le proprie armi con la punta non rivolta verso l’alto, nelle pause tenere l’arma eventualmente impugnata con la punta a terra senza volteggiarla nello spazio circostante in modo sconsiderato, muoversi in sala sempre con circospezione senza avvicinarsi troppo dove si sta svolgendo una lezione o un match, quando si giudica un assalto tenersi a debita distanza dalla portata delle lame dei contendenti, non passare mai sulla pedana tra i due schermitori presenti su di essa (tra l’altro sembra che porti anche male!).

 

 

L’esempio
Su te, caro amico, pende un’altra pericolosa spada di Damocle (e meno male che di armi bianche noi schermitori ce ne intendiamo un po’!): sei un educatore nel senso più pregnante del termine, perché istruisci ed insegni a competere con il rispetto di precise regole comportamentali.

La lealtà sportiva domina in tutte le discipline sportive, figuriamoci in una disciplina come la nostra che utilizza come attrezzi, pur edulcorati, le armi bianche dei campi di battaglia e dei duelli: cerca d’insegnare al tuo allievo a rispettare le regole per se stesse e non perché altrimenti si è oggetto di sanzioni.

Come sai bene, tutte le situazioni topiche della vita si affrontano meglio quando si è padroni di se stessi, nel senso di controllare (o almeno cercare di farlo al meglio) la situazione in cui ci si viene a trovare: è necessario cercare di dominare le proprie emozioni e soprattutto delle proprie reazioni.

Lo schermitore nella sua vita di relazione sulla pedana ha due interlocutori: ovviamente l’avversario, ma innanzitutto (e prima) se stesso; lo devi aiutare a risolvere i problemi che insorgono in entrambe le tipologie di rapporto e quindi, dopo l’affondo e la parata di quarta, devi anche dargli un supporto psicologico comportamentale.

E qui entri prepotentemente in scena, perché non puoi certo pretendere d’insegnare al tuo allievo quello che non dimostri di essere anche tu in prima persona: innanzitutto educato sempre e prima di ogni cosa, poi subito dopo rispettoso verso chi rappresenta l’autorità (leggasi presidente di giuria e suoi collaboratori), logico verso gli accadimenti per trovarne la giusta soluzione, critico anche verso te stesso e, buon ultimo, capace di riconoscere anche i meriti altrui.

Tu dovrai essere d’esempio in tutti questi frangenti, cercando di svolgere in tuo ruolo di educatore per quel che il termine stesso vuole esprimere: come dovrai essere veloce con il tuo braccio armato e negli spostamenti sulla pedana, così dovrai apparire calmo, riflessivo e controllato nei tuoi comportamenti in sala e soprattutto durante lo svolgimento delle gare.

Questi, riflettici bene, non sono freni a mano per l’agonismo, tutt’altro: sono parametri morali che hanno il precipuo scopo di esaltare colui ne vuole essere degno interprete e chi più vincerà ossequiandoli, tanto più vero e apprezzato campione sarà.

Non ti si richiede certo la perfezione e la santità, ma hai capito quello che sto cercando di dirti, vero?!

Soprattutto nei suoi primi passi agonistici tu sei un riferimento costante e omnicomprensivo per il tuo allievo, sforzati di tenere sempre un comportamento adeguato, altrimenti gli errori che commetti ti ritorneranno indietro da parte sua come un dannoso e pericoloso boomerang.

Ti fornisco subito un esempio pratico: se, seguendo un match in un’arma convenzionale il tuo allievo subisce un giudizio non corretto circa l’utilizzo di una certa tipologia di uscita in tempo, più che palesare pubblicamente (e magari rumorosamente) il tuo parere, istruiscilo preventivamente in sala a cercare di adeguare i suoi colpi al metro di giudizio del presidente di giuria, ovvero a sintonizzarsi tecnicamente al suo modo di ricostruzione l’azione.

Non credo ci siano altre via d’uscita che portino ad un utile; tu che ne pensi?

 

 

l rapporto dell’insegnante con la sua attività schermistica pregressa
Affronto subito assieme a te un problema un po’ spinoso: il rapporto tra le tue eventuali affermazioni agonistiche pregresse e la tua futura attività di insegnante.

Per diventare istruttori o maestri di scherma indubbiamente bisogna aver frequentato una sala di scherma ed aver partecipato, magari con diversa intensità, all’attività agonistica.

La nostra disciplina, lo sappiamo bene, è una scienza esatta per quel che riguarda l’affermazione di certi principi e postulati, ma è anche arte in quanto consente una vasta gamma d’interpretazione di questi canoni.

Di conseguenza quanto più uno schermitore sarà evoluto, tanto più avrà elaborato nel tempo un suo personale modo di tirare: gli insegnamenti ricevuti, vagliati ed integrati mano a mano dalla diretta esperienza di pedana, vanno a fondersi con le proprie caratteristiche fisiche, psicologiche e caratteriali.

Ogni tiratore è quindi l’espressione di un unicum, che lo contraddistingue di conseguenza da ogni altro tiratore: forse qualcuno assomiglierà in pedana un po’ ad un altro, ma mai ne sarà una fedele copia.

Questo concetto è per di più rafforzato anche dal fatto che nella maggior parte dei casi lo schermitore nel tempo si specializza, ovvero diventa un fiorettista, uno sciabolatore o uno spadista: magari dopo un certo periodo d’incubazione tecnica generica attinente la teoria schermistica in generale, la frequentazione di una determinata arma fa insorgere in lui una particolare e doverosa forma mentis.

Ecco dunque, a parer mio, un primo serio pericolo al varco per il futuro maestro: la sua personale esperienza può indurlo a credere che la scherma da insegnare coincida in tutto e per tutto con quella elaborata in prima persona e che la scherma (specializzazione a parte) sia solo il fioretto, la sciabola o la spada, a seconda dell’arma in cui si è personalmente cimentato sulla pedana.

Penso che una determinata tipologia di scherma, costruita come appena sopra abbiamo detto sulle diverse e personali caratteristiche fisiche e caratteriali del tiratore, non sia esportabile a tutti come in un presunto mercato globale.

La formazione di un maestro di scherma non può quindi che partire dal resettare tutto ciò che di personale è pregresso: la ripartenza deve avvenire sui canoni e sui concetti dei tradizionali trattati di scherma, magari supportati dall’opera integrativa di un intelligente tutor, che sappia fornire soprattutto delle appropriate formule didattiche.

Per cui tanta più umiltà concettuale iniziale sarà necessaria, quanto più sarà stato il valore agonistico dello schermitore che vuole diventare insegnante.

Anche l’aspetto culturale globale è di fondamentale importanza: un maestro di scherma prima di tutto deve essere un maestro di scherma, poi deve essere specializzato in una determinata arma; anche in medicina ci sono gli otorini, i ginecologi, i dermatologi e così via, ma ancor prima devono essere tutti dottori generici.

Ovviamente quello che è stato il patrimonio tecnico – esperienziale personale dello schermitore non ancora maestro non va cancellato e disperso: va solo filtrato alla luce delle conoscenze più generali acquisite con lo studio della didattica nel suo complesso.

 

 

 

La didattica
Com’è noto la didattica è costituita dallo studio e dall’applicazione della metodologia della trasmissione della conoscenza.

Non è assolutamente detto che il detentore di un certo scibile, solo in quanto tale, sia in grado di trasmetterlo in modo ottimale: si racconta ad esempio che il grande fisico Albert Einstein non fosse in grado di dare ripetizioni in modo fattivo ad un alunno delle scuole secondarie!

E con questo mi sono ricollegato anche alle considerazioni fatte nel precedente capitolo in relazione ai successi agonistici ottenuti da colui che poi è diventato insegnante di scherma.

Molti e variegati sono i concetti basilari della teoria didattica; cerco di proporteli, per quanto posso, in forma sintetica ed esaustiva.

Prima ancora dell’effettuazione della migrazione dei dati conoscitivi è assolutamente necessario che l’insegnante entri in sintonia col destinatario della formazione.

In altri termini è fondamentale che il maestro getti un ponte tra sé e l’allievo: deve curare con attenzione l’imprinting personale, deve metterli a proprio agio, deve coinvolgerli nel processo conoscitivo, deve usare un linguaggio appropriato, deve suscitare interesse ed entusiasmo.

Per quanto riguarda l’imprinting, cioè la cosiddetta prima impressione, è da sottolinearne subito la fondamentale importanza.

Il neofita, entrando in sala di scherma, si accosta ad un ambiente completamente sconosciuto: ne ignora gli usi e costumi, in genere non conosce nessuno, né tanto meno sa già fare scherma o si prefigura cosa si debba fare nello specifico.

In questo caso riveste ovviamente particolare importanza l’accoglienza: una persona gentile, magari sorridente, che fa gli onori di casa, ti presenta agli altri e ti spiega come è organizzato il Circolo, non può che produrre benefici influssi sulla potenziale continuazione del rapporto nel tempo; naturalmente ciò riguarda sia gli allievi, sia, in presenza di bambini e ragazzi, anche i genitori.

Senza ombra di dubbio una buona prima impressione aiuta non poco l’innesto del nuovo allievo nel preesistente gruppo e nel nuovo ambiente.

In tutto ciò fondamentale è la figura del maestro / istruttore che per il neofita costituisce la figura centrale di riferimento del mondo – scherma: piacevole è fare scherma perché piacevole appare subito stare con l’insegnante.

Una seconda importante fase prodromica all’insegnamento è quella consistente nel  mettere a proprio agio l’allievo: il rapporto sin dal primo istante deve essere informato alla piacevolezza e alla confidenza.

Le barriere tra gli esseri umani non sono poche e sicuramente, se non rimosse il più presto possibile, non facilitano certo al meglio la trasmigrazione dei dati relativi alla conoscenza.

La presenza di filtri eccessivi tra insegnante e discepolo limita notevolmente il flusso formativo e rende sicuramente più lungo e faticoso il percorso di entrambi; al contrario una buona intesa ed un appropriato affiatamento producono effetti migliori.

Il ponte affettivo in senso lato, di cui facevo cenno poco sopra, connette senz’altro in modo sicuro e produttivo i due soggetti del processo formativo.

In presenza di elementi di bassa età è necessario tuttavia prestare molta attenzione a delimitare il rapporto senza mai oltrepassare una certa soglia di guardia: l’autorevolezza dell’insegnante (e non l’autorità) non deve mai venir meno.

Un altro fondamentale aspetto della didattica è quello di coinvolgere direttamente il destinatario della formazione: quest’ultimo non deve assolutamente giocare il ruolo di un passivo registratore di nozioni, bensì deve partecipare personalmente alla scoperta dello scibile, almeno quando e quanto più è possibile

Per tanti anni la cultura in genere è stata trasmessa solo ex cathedra, cioè tramite lunghi e noiosi soliloqui dell’insegnante: bene per chi riusciva a seguirne lo svolgimento, male per chi perdeva il cosiddetto filo ed aveva solo una cartuccia eventuale da sparare… scusi, professore, non ho capito.

In effetti una nuova conoscenza, spesso se non sempre, è il frutto di un ragionamento che magari assembla nozioni già acquisite: lo scibile si realizza come una progressiva costruzione che immette sempre nuovi mattoni sulle precedenti fondamenta.

Partendo da questa considerazione l’attuale didattica dell’insegnamento tende a coinvolgere direttamente l’allievo: opportunamente indirizzato ed assistito quest’ultimo deve essere messo in condizione di partecipare, naturalmente in rapporto alle proprie capacità, alla scoperta personale dell’oggetto di studio, in tutto o almeno in parte.

I risultati di questo modo di procedere sono molteplici: innanzitutto la conoscenza viene recepita quasi come una conquista individuale con tutti i benefici psicologici che ne derivano; in secondo luogo, essendo più consapevole, essa viene meglio introiettata e memorizzata; la scoperta poi è spesso vissuta emotivamente in modo intenso e ciò va a creare o ad alimentare la passione per la disciplina nel suo complesso.

Anche dal punto di vista dell’insegnante le cose cambiano e non di poco: cade il concetto di una lezione preconfezionata e ripetitiva per tutti e nasce invece il metodo del canovaccio, ovvero solo una serie di input da seguire e da sviluppare volta per volta: in effetti gli allievi presentano una vasta gamma di capacità e risulta quindi esaltata la capacità camaleontica di adattamento del maestro; la professionalità dell’insegnante non ristagna, ma volta per volta può essere integrata da nuovi valori e da nuove scoperte.

Un’altra considerazione di carattere generale sulla didattica riguarda il linguaggio, cioè lo strumento pragmatico di trasmigrazione della conoscenza.

Due concetti fondamentali a questo riguardo.

Il primo rappresentato dal fatto che per linguaggio si deve intendere non solo quello fonetico, cioè quello espresso tramite le parole, ma anche figurativo, cioè quello attuato attraverso posture e movimenti del corpo.

Come vedremo tra breve, l’apprendimento, in primis quello dei bambini, avviene tramite l’acquisizione dei dati tramite l’osservazione e la riproduzione per imitazione delle varie posizioni e gesti tecnici osservati: in effetti sovente, anche per gli allievi più grandi, il maestro mostra lui stesso come si deve fare o, al contrario, come non si deve fare.

Il secondo concetto relativo al linguaggio, pur ovvio, è che esso deve essere rapportato alle capacità dell’uditorio, altrimenti si perde solo tempo, si possono confondere le idee e quantomeno non si sfruttano tutte le potenzialità a disposizione.

In quest’ultimo senso le parole ed i concetti devono essere esaurienti al massimo: il linguaggio deve essere semplice, ma non in sé, bensì in relazione alle capacità degli uditori; per questo si comunicherà con i bambini, come già accennato poco sopra, prevalentemente tramite la loro capacità d’imitazione, ai ragazzi con la presentazione dei primi concetti astratti, progredendo in tal senso in funzione della crescita della loro età.

A questo proposito ogni postura ed ogni azione devono essere rivisitati in funzione delle progressive diverse capacità di comprensione legate alla crescita culturale del soggetto: una posizione ed un colpo, già appresi notoriamente, devono successivamente essere rispiegati e precisati nel tempo per una loro più profonda conoscenza ed acquisizione.

Eccoti un esempio pratico: quando l’allievo, già sufficientemente formato tecnicamente, sarà giunto a frequentare le scuole di secondo grado, sarà in possesso di quelle nozioni di geometria e di fisica che gli consentiranno una comprensione più appropriata in specie della natura delle traiettorie dei colpi e della funzione del braccio armato, quale applicazione della teoria delle leve.

Un’ultima osservazione da fare circa la didattica è quella relativa alla sua coloritura emotiva.

A questo proposito, ovviamente, non esistono formule ed indicazioni precise: l’insegnante, tutte le volte che prende per mano il discepolo e suo tramite ripercorre la strada che lui stesso percorse al suo tempo, dovrebbe cercare di riprovare le stesse piacevoli sensazioni e, essendone più consapevole, trasmetterle all’allievo. Ad esempio l’utilità e la bellezza di una parata che preserva dal colpo dell’avversario o la magia geometrica procurata da un’opposizione di pugno.

L’entusiasmo produce ineluttabilmente entusiasmo; ogni insegnante dovrebbe sempre tenerne conto per accendere negli allievi, soprattutto nei neofiti, curiosità, partecipazione, interesse e, in una parola, felicità (o quasi).

 

Il divertimento
Il vocabolario definisce il divertimento “quanto può servire a sollevare l’animo dalle cure quotidiane, dalle fatiche dell’occupazione giornaliera e dalle preoccupazioni” e, nell’indicarne i sinonimi, cita lo svago ed il passatempo.

Ora, mettendo in relazione questo concetto con il fatto che l’attività sportiva in genere e quella schermistica in particolare non rivestono ovviamente il carattere dell’obbligatorietà, les jeux son faits:  avvenuto il contatto con la sala di scherma (e questo è un altro bel problema), il neofita si affeziona solo se si diverte (e ci mancherebbe altro!).

Da ciò discende l’ovvio principio che l’insegnante deve innanzitutto valorizzare la componente ludica della nostra disciplina ed informare tutta la sua attività, almeno nei limiti del possibile,  alla piacevolezza  e al gradevole intrattenimento.

Prestando la dovuta attenzione, può farlo sia nell’organizzazione della cosiddetta preparazione atletica, sia nella lezione tecnica, sia nella conduzione generale della vita di sala.

L’ambiente e le varie attività che vi vengono svolte devono consentire ai frequentatori di ogni età di scaricare le tensioni di vario ordine che hanno accumulato durante le loro occupazioni quotidiane: in fin dei conti si tratta di utilizzare in modo positivo l’espulsione di queste energie di segno negativo.

“Giocando” a scherma, senza quasi nemmeno accorgersene perché il divertimento tra l’altro tende ad anestetizzare l’affaticamento, ci si rimette a nuovo, sia fisicamente che mentalmente.

Credo che questa sia la grande motivazione di fondo che regola il flusso e poi la permanenza in una sala di scherma.

Ecco che ai bambini di età a cavallo dei dieci anni vengono proposti vari ludi individuali e anche a squadra: a loro sembra solo di giocare, ma in realtà un istruttore ben preparato persegue in tale piacevole modo il pieno sviluppo delle capacità motorie dei soggetti, coadiuvandone e sollecitandone la crescita non solo come schermitori, ma anche come persone globali.

La stessa lezione tecnica, con il preciso fine di allentare la tensione  e di favorire l’apprendimento, è spesso configurata come un gioco con il maestro o con l’istruttore: senza classifiche definitive ci sono punti in palio e/o si prende lezione non da soli, ma con due o tre compagni insieme.

Il cavallo vincente è comunque quello a cui tende tutta la preparazione, cioè l’assalto sulla pedana: questo è il vero e proprio divertimento.

Anche se stona un po’ ai nostri timpani, l’espressione che rende più l’idea è “giocare a scherma”: come si fa a non divertirsi in quel tourbillon di situazioni di ordine fisico, tecnico, tattico e strategico che è l’assalto sulla pedana?!

C’è da capire l’avversario, trovare cosa fare, attendere le condizioni ottimali, per realizzare al meglio il colpo scelto, c’è da vedere come va a finire, eventualmente reagire o scappare se non è successo nulla, magari c’è di caso un bersaglio non valido di mezzo, stai per attaccare e invece ti precede di un nonnulla il nemico, sudi come una bestia sotto la maschera, magari il tuo attacco o la tua risposta escono di un millimetro e, naturalmente ti arrabbi, ma invece devi restare calmo, stai perdendo e quindi devi recuperare con un occhio al cronometro oppure sei in testa nel punteggio e la lancetta dei secondi diventa più lenta di una lumaca …e una marea di altri situazioni e considerazioni che ti puoi immaginare bene. A, scordavo, poi devi cercare di vincere perché vincere è bello!

Ovviamente nei primi assalti dei neofiti la situazione emotiva sulla pedana va sdrammatizzata e alle stoccate bisogna cercare di dare un valore relativo; ma l’appetito viene mangiando, come si dice, e quando fai scoprire all’allievo l’ebbrezza del combattere, caro amico mio, il gioco è fatto e la scherma ha un altro appassionato.

Naturalmente poi, con la progressiva frequentazione della disciplina, insorgono o possono insorgere altre ottiche come il desiderio di mettersi alla prova, di ricercare l’affermazione agonistica o addirittura di tentare la strada del professionismo.

Ma tutto questo poggia storicamente su quell’innamoramento della scherma che un giorno nacque dalla consapevolezza che con essa ci si sarebbe potuti divertire, e tanto.

Quindi, collega o futuro collega che mi leggi, se ti fidi di me, preoccupati sempre di far divertire i tuoi allievi e non sbaglierai mai.

 

 

Il gruppo
Indubbiamente la scherma è uno sport individuale: in effetti come si potrebbe passare al volo una spada al compagno più smarcato?!

Tuttavia, al di là della battuta, c’è una verità che secondo me resta un po’ troppo celata almeno al grande pubblico.

Quando combatte sulla pedana lo schermitore è necessariamente un solitario, ma appena si toglie la maschera si trova innestato in una realtà molto composita, rappresentata da tutti i compagni di sala: ci sono quelli di età inferiore come quelli di età superiore, ci sono uomini e donne e c’è una vasta gamma di avversari, avversari che vanno dal più scarso al più bravo.

Quindi è vero che la scherma è una disciplina individuale, ma è altrettanto vero che spesso ci si trova a praticarla immersi in una moltitudine di persone.

Questo cerca di non scordarlo mai, perché è un tuo compito precipuo prendere le redini del gruppo e regolarne la vita di relazione.

In effetti in un insieme di soggetti che condividono uno scopo o un interesse comune si generano dei sinergismi in base a tutta una serie di specifici rapporti.

Innanzitutto, interfacciandosi le varie personalità, insorgono spesso problemi di convivenza, in quanto tra gli allievi, oltre all’auspicato rapporto amicale, si possono anche generare contrasti ed antipatie di vario ordine e grado.

Devi essere tu ad affermare un superiore spirito di corpo nel quale devono tendere a disperdersi tutte queste negative forze centrifughe.

A questo proposito, ad esempio, un pericolo incombente e ricorrente è l’invidia: un certo allievo consegue un risultato di rilievo e qualcun altro, anziché gioire insieme a tutti gli altri, ne soffre ed innesta il pericolosissimo meccanismo della gelosia.

Tutto dipende da te, cioè dal tuo equilibrio e dalle tue capacità d’intervento: innanzitutto comprenderai benissimo che non devi essere certo tu a costruire piedistalli per chicchessia; certo un abbraccio, complimenti e celebrazione dell’impresa sì, ma la cosa deve essere episodica e far capir bene a tutti che ogni risultato è … punto e a capo!

Devi essere abile, con parole e comportamenti, ad estirpare il sentimento della gelosia e a soppiantarlo con quello ben più sano e propizio dell’emulazione, che, come sai, si basa sullo stimolo positivo di imitare, eguagliare e superare altri.

Un’altra cosa: sei hai delle simpatie, una stima personale o riponi particolari speranze in qualcuno dei tuoi allievi, ricordati che tutto ciò è umano, ma ricordati anche la valenza di un insegnante consiste nel celare questi sentimenti legittimi, ma parziali.

Comunque il gruppo, oltre alle distorsioni di cui abbiamo appena detto, produce indubbiamente anche notevoli positività: vestire una stessa tuta, competere sotto i colori di una stessa bandiera, effettuare trasferte per le gare insieme sono tutte cose che affratellano e ti fanno sentire parte di un tutto.

Tu vigila sempre ed in continuazione sugli umori del gruppo ed intervieni rapidamente nei modi più opportuni quando è necessario: il gruppo è prezioso e ricordati che è anche di più della somma di coloro che lo compongono. Il gruppo rappresenta il vero patrimonio di una maestro e di una sala.

Ma guardiamo il potenziale di questo insieme di persone anche sotto un profilo squisitamente tecnico: in una sala già avviata ci sarà una vasta gamma di tiratori dal più debole al più forte, dal più alto al più basso, dal più lento al più veloce, ci sarà chi utilizza un’impugnatura di tipo anatomico e chi invece di tipo francese e inoltre sulle pedane si tirerà in più di una specialità.

Questo multiforme brodo di coltura è estremamente importante, direi fondamentale, per la formazione e l’evoluzione dello schermitore: tu, partendo da zero, insegni tutto al tuo allievo (la guardia, l’affondo e tutto il resto), gli dai anche consigli tattici e strategici, ma poi è lui da solo che svolge i suoi compiti sulla pedana, dove, giorno per giorno, quasi azione su azione, costruisce il suo modo di far scherma e quindi di combattere.

L’interscambio di valori che avviene sulla pedana tra compagni di sala è importantissimo: chi è più veloce di te ti stimola a cercare di essere più rapido, chi è più lento ti consente di eseguire in condizioni più favorevoli i tuoi colpi, chi presenta caratteristiche fisiche marcatamente diverse dalle tue ti obbliga a ricercare quelle azioni più idonee a compensare tali diversità, chi conosce bene un certo tipo di colpo ti consente di studiarlo e poi di imitarlo, chi ha più fondo atletico di te rafforza la tua resistenza, chi è mancino ti consente di allenarti nello specifico …e così via.

Se mi passi una similitudine un po’ mangereccia, ti dico che i tuoi allievi che tirano tra di loro fanno come né più ne meno della matrice dello yogurt, che come sai bene si rigenera continuamente da sé.

Il tuo apporto di maestro è sicuramente fondamentale e imprescindibile nella formazione del tuo allievo, non foss’altro per il fatto che lo inizi alla disciplina quando ancora è tabula rasa e per il fatto che poi lo segui sempre nel suo cammino di combattente; tuttavia altrettanto importante è il bagaglio esperienziale che si costruisce giorno per giorno sulla pedana con i suoi avversari, soprattutto e prima di tutto con i suoi compagni di sala.

Da tutto ciò, lo comprendi bene, è molto importante che tu organizzi al meglio o quantomeno segua con una certa attenzione gli assalti tra i tuoi allievi: dovrai soprattutto vigilare che i più forti si concedano spesso anche ai più deboli in modo tale da poter innestare quel processo di cui abbiamo cenno appena poco sopra – dovrai far tirare ragazzi e ragazze tra di loro – dovrai organizzare campionati sociali o gare interne con le formule più disparate.

 

 

 

Il saluto
Molto in breve ora ti vorrei parlare di un gesto dal significato molto profondo: il saluto al maestro all’ingresso e, dopo l’attività, all’uscita dalla sala.

La nostra disciplina, come sappiamo bene, tiene molto alla forma, ossequiando in questo un antico cerimoniale tra uomini che si accingono a battersi impugnando un’arma bianca; ma, la di là della tradizione, ciò su cui voglio attirare la tua attenzione è una serie di motivazioni ben più profonde che sono alla base di questo gesto che l’allievo rivolge al maestro.

Innanzitutto il saluto è il riconoscimento dell’appartenenza del singolo al gruppo, all’istituzione, di cui il maestro è il più concreto e onnipresente rappresentante; e per lo schermitore la sala è tutto: è luogo di preparazione, è luogo d’incontro sociale, è luogo di crescita globale. La sala è come la famiglia perché accoglie, ospita, fa crescere e fa sentire il singolo come parte di un tutto.

Il saluto è poi indiretto riconoscimento dell’autorità del maestro: in sala tutto (o quasi tutto) si riconduce alla sua responsabilità e, per il nostro modo di essere e di strutturarci, è impensabile avere con lui un qualsiasi dissidio; in questi casi (purtroppo) avviene un vero e proprio divorzio e l’allievo deve necessariamente cambiare bandiera.

Il saluto è anche il suggello del rapporto interpersonale che col tempo tende sempre più a vincolare due persone che, tramite l’arte del combattere sulla pedana, si conoscono sino agli anfratti più nascosti della personalità.

Il saluto è poi segno di riconoscenza dell’allievo nei confronti del maestro, al quale in genere deve la sua iniziazione, la sua crescita tecnica – tattica e strategica, l’allenamento per il raggiungimento del suo miglior rendimento.

Il saluto, infine, è anche atto gentile ed educato nei confronti non solo del tuo personale maestro, ma anche dei suoi eventuali colleghi presenti in sala.

A questo punto spero proprio di averti convinto a coltivare in sala la prassi del saluto come gesto tendenzialmente usuale.

La forma, a tuo piacimento, magari può anche sfociare nel “dammi il cinque” molto diffuso soprattutto nei campi di pallacanestro, una modalità di saluto che, oltre che ossequiare il dovuto, si concretizza in un simpatico e comunicativo gesto.

 

 

 

Rapporto con i genitori e similari
Quando hai un allievo di bassa età, tieni bene presente che, oltre ad avere un rapporto con lui, ne devi curare e coltivare un altro, cioè quello con i suoi genitori, nonni o similari.

Chi ha la fortuna di essere genitore conosce bene i meccanismi mentali che si attivano spontaneamente quando il proprio pupo si trova a competere con gli altri bambini; e proprio perché io ho questa fortuna mi permetto di darti alcuni consigli che ritengo della massima importanza non per il rapporto in sé, ma solo e soltanto per i riverberi negativi che potrebbero avere nel futuro destino di schermitore del tuo allievo.

Cosa oggi accade nelle scuole d’istruzione è sotto gli occhi di tutti e, se sei intelligente, devi cercare di non cascare negli stessi tranelli: va spezzata la Santa Alleanza instaurata tra genitori e figli che produce danni irreparabili all’organizzazione e sminuisce il ruolo degli insegnanti.

Nel rispetto reciproco ognuno deve recitare il ruolo che gli spetta: l’allievo deve fare l’allievo, rispettoso dei dettami anche comportamentali richiesti dal maestro – il maestro deve ossequiare il suo ruolo di professionista competente ed attento a tutte le situazioni ed esigenze, dando sempre e a tutti il meglio di se stesso – il genitore o similare, se proprio vuole, ha naturalmente il diritto di supervisionare il rapporto che progressivamente s’instaura tra discepolo ed allievo, ma non deve mai intromettersi in tale rapporto, né tanto meno avventurarsi in campi che sono di specifica competenza dell’insegnante.

Quindi, a parte normali chiarimenti e domande pertinenti che sono affidate all’educazione e al senso del limite degli interlocutori, unicuique suum, cioè a ciascuno il suo, nel senso che all’allievo spetta imparare, al maestro istruire e al genitore sorvegliare: in fin dei conti il maestro si deve porre come strumento ausiliario (ma indipendente) della famiglia, cui sta a cuore l’evoluzione e la piena maturazione del bambino o del ragazzo.

A questo fine ti raccomando una procedura che ha il preciso scopo di chiarificare il tuo ruolo di precettore a latere: all’inizio della stagione schermistica (o quando avviene un nuovo innesto) produci un incontro con i genitori o similari, affinché le tue idee e le tue procedure educative siano ben note a tutti sin dall’inizio.

I temi, naturalmente li lascio scegliere a te; mi permetto solo ricordartene qualcuno che mi è personalmente molto caro: l’attività sportiva è in prima battuta sostegno ed aiuto della naturale evoluzione psico-motoria del bambino;  la sala di scherma, come del resto tutte le organizzazioni di carattere sociale, ha le sue norme comportamentali che tutti devono rispettare; l’agonismo inizialmente non può essere il fine, ma solo uno strumento per sollecitare la piena maturazione dell’individuo sia come schermitore, ma anche come persona globale; il comportamento di uno schermitore al di fuori della propria sala non coinvolge solo la sua persona, ma indirettamente anche il buon nome del suo Circolo e del suo maestro.

E siccome, vicendevolmente, pacta sunt servanda (gli accordi vanno rispettati), chi li infrange se ne assume la piena responsabilità e deve quindi già conoscere la porta per cui uscire: la pacifica atmosfera della sala di scherma è il bene primario che non deve mai essere messo in pericolo.

Agli esordi dell’attività agonistica degli elementi più piccoli cerca d’importi ai genitori come consulente vincolante: voglio dire che si affidino e si fidino solo di te sia per la tempistica dell’inizio della partecipazione a gare fuori della sala, sia per la scelta del tipo di competizione a cui partecipare; gli eventuali indesiderati effetti collaterali dovuti all’inadeguatezza di questi due parametri, te li puoi ben immaginare!

Un’ultima raccomandazione: con tatto e sensibilità informati anche sui risultati scolastici del tuo allievo, in modo tale da collaborare fattivamente con la famiglia nel caso in cui ci fosse necessità di esercitare qualche tipo di pressione utile al recupero.

 

 

 

La lezione

Introduzione – oggetto della lezione e autonomia dell’allievo – componenti della lezione – tipologie di lezione

 

 

Introduzione
Eccoci finalmente al cuore di ciò che ho intenzione di esporti, ma non credere che tutto quello che hai sin qui letto sia solo un inutile orpello, tutt’altro: il mondo della scherma del resto è molto composito e numerosi e variegati sono gli aspetti che lo determinano e lo caratterizzano.

Per il maestro la scherma, questa è la mia idea, non è e non può essere ridotta solo alla tecnica: ecco perché ti ho illustrato tante situazioni  accessorie e tante ambientazioni di varia natura psicologica che spero possano esserti utili.

Ma ora, dopo aver indossato il nostro fedele piastrone, saliamo pure sulla pedana e, salutato con l’arma il nostro allievo, entriamo nello specifico.

Vorrei innanzitutto farti una precisazione: per lezione non intendo solo il classico intrattenimento tecnico che l’insegnante impartisce individualmente ad un allievo, bensì quell’insieme di svariate attività il cui fine è quello di far progredire uno schermitore nel suo rendimento agonistico sulla pedana.

Indubbiamente la lezione individuale classica è e resta il veicolo portante nella trasmigrazione dello scibile schermistico, ma, secondo il mio parere, oggi non ci si può limitare solo ad essa.

Ciò per vari motivi: innanzitutto perché, variando la teoria generale dell’insegnamento, non è lecito sottrarre la nostra disciplina alle nuove tecniche, arroccandosi nella remota e sterile tradizione per rifiutare i risultati della ricerca psicopedagogia.

In secondo luogo perché la preparazione dello schermitore evoluto non può limitarsi solo allo studio e al perfezionamento della tecnica, ma oggigiorno, a certi livelli, deve essere accompagnata da un’adeguata preparazione atletica e regolata da numerosi altri supporti specifici (dieta, pesistica, psicologia e quant’altro).

Oltretutto, rinunciando in partenza al lavoro di gruppo come c’insegnano tante altre discipline sportive, non si può sfruttare tutta una serie di preziose e fattive dinamiche, sui cui benefici influssi parleremo nel prosieguo di questo lavoro.

Comunque da tutte queste osservazioni preliminari discende un’importante considerazione: rispetto a qualche decennio fa la figura del maestro di scherma cresce sempre di più in professionalità e per rendersene conto basta scorrere le materie di esame presenti nell’attuale bando di concorso emanato dall’Accademia Nazionale di Napoli: metodologia di allenamento, management sportivo, tutela della salute, antidoping e tante altre materie che prima non erano minimamente prese in considerazione.

Al maestro di scherma non si richiede più  soltanto la conoscenza e l’adeguatezza nel saper trasmigrare i dati relativi alla teoria tecnica, ma lo si coinvolge direttamente nella formazione globale dell’allievo.

In questa complessa attività dovrai anche imparare a collaborare con altri professionisti, tipo un istruttore di scherma che fa “giocare” i bambini con ludi di natura psico-motoria, un altro istruttore che fa muovere i primi passi sulla pedana ai più piccoli, un preparatore atletico specializzato per i più grandi.

In effetti, naturalmente in funzione delle dimensioni della sala, la preparazione dello schermitore è sempre più affidata ad uno staff che alla singola figura del maestro.

Bada bene, con ciò non ti verrà sottratto lavoro (e potere), ma ne assommerai un altro, cioè la coordinazione e l’indirizzo dell’intero gruppo d’intervento.

Inutile dire che solo una perfetta intesa e un senso di collaborazione molto spiccato tra i vari preparatori daranno i frutti migliori: il lavoro par equipe si concretizza proprio in questo metodo di lavoro, dove tutte le parti lavorano in armonia per uno stesso scopo comune.

Dopo queste premesse di carattere molto generale, cominciamo finalmente ad inoltrarci su un terreno squisitamente tecnico.

 

 

Oggetto della lezione ed autonomia dell’allievo
Indubbiamente l’oggetto della lezione di scherma è tutto ciò che è pertinente per l’addestramento al combattimento contro l’avversario sulla pedana.

In un ipotetico elenco confluiscono quindi: innanzitutto l’insegnamento di tutte le nozioni di carattere squisitamente tecnico, dal modo d’impugnare l’arma sino alla finta in tempo, che in genere suggella la fine di ogni buon trattato – in secondo luogo il raggiungimento della migliore capacità esecutiva di ogni postura e di ogni movimento con l’arma – successivamente, tramite l’allenamento, il mantenimento nel tempo di tale capacità – lo studio tattico, ovvero il rinvenimento della contraria latu sensu ad ogni atteggiamento od iniziativa messa in campo dall’avversario – lo studio strategico, ovvero la stesura di un piano escatologico per il raggiungimento della vittoria finale.

Un primo concetto molto importante sul quale mi permetto richiamare la tua attenzione riguarda il fatto che puoi (anzi a mio parere, devi) abituare il tuo allievo ad affinare la sua  tecnica schermistica anche da solo, cioè senza la tua necessaria presenza.

A questo proposito ci sono due specifici ambiti: quello dei cosiddetti fondamentali e quello dei cosiddetti esercizi.

Per fondamentali intendo quelle posture e quei movimenti corporei la cui realizzazione può prescindere dalla presenza dell’avversario e dal conseguente dialogo con la sua lama; in altri termini si tratta di applicazioni tecniche valide in sé da poter sviluppare ed allenare anche quando sulla pedana davanti a noi non c’è nessuno.

Parlo della guardia, cioè della posizione di attesa dello schermitore, dell’affondo, cioè della capacità di spostare in avanti repentinamente la propria lama per raggiungere il bersaglio avversario, parlo della frecciata, cioè dell’avvicinamento più rapido per portare il proprio colpo e parlo dello spostamento sulla pedana, cioè della possibilità di deambulare velocemente in avanti e all’indietro.

Orbene, dopo che un certo numero di lezioni hanno prima presentato e poi perfezionato l’esecuzione qualitativa di questa postura e di questi movimenti, devi far capire al tuo allievo che il loro specifico allenamento nel tempo e demandato direttamente a lui: in effetti il contenuto delle successive lezioni si dovrà concentrare sullo sviluppo dei numerosi fraseggi schermistici offerti dalla tecnica schermistica  e sarebbe disdicevole occupare del prezioso tempo a continuare a perfezionare i fondamentali. Devi fare in modo che il tuo allievo faccia della qualità esecutiva di questi un personale punto d’onore.

Per cui  tutte le volte che egli entra in sala deve dedicare autonomamente circa cinque minuti all’esercizio di questi elementi base.

Hai presente i celebri film di Bruce Lee, quando si allena a riprodurre con mani e piedi nel vuoto i vari gesti tecnici senza avere davanti alcun avversario?

Bene, con le stesse modalità si deve comportare lo schermitore quando è da solo sulla pedana: appresi i teorici canoni esecutivi dal maestro, si tratta solo di rendere automatica e spontanea la loro esecuzione, cioè di giungere ad una specie di meccanicizzazione ottimale sia della postura di guardia, sia di tutti gli altri movimenti che ho elencato poco sopra.

Il concetto è quello del salvadanaio: come gli spiccioli di poco conto divengono poi, giorno dopo giorno, un piccolo tesoretto col passare del tempo, così un allenamento costante dei fondamentali dà sicuri frutti nel senso di perfezionarli e potenziarli al massimo; procedendo in tal modo tra l’altro si cerca di evitare quanto prima le relative correzioni (stai su con il busto, metti il piede avanti dritto, distendi bene la gamba dietro …), frustranti per l’allievo e tediose per il maestro.

Il metodo di lavoro è quello della cosiddetta preschermistica, che consiste, come sai bene, nell’esecuzione di una sequenza di movimenti: ad esempio, passo avanti, passo indietro, affondo, ripigliata, affondo, ritorno in guardia, salto indietro, frecciata.

Di queste frequenze se ne possono costruire a decine, basta sbizzarrirsi a pensarne sempre diverse.

Il secondo ambito in cui lo schermitore può produrre un prezioso allenamento autonomo rispetto al maestro è quello dei cosiddetti esercizi schermistici.

Essi consistono nell’organizzare e prefissare un determinato fraseggio schermistico con un compagno: a differenza del libero assalto i due soggetti sono obbligati a rispettare prolissamente quanto prestabilito in partenza; solitamente i colpi poi vengono alternati nel senso che, mutando gli atteggiamenti di partenza, varia la direzione dello sviluppo dell’azione in modo tale che gli schermitori si scambino specularmene i relativi gesti tecnici.

Le combinazioni si riallacciano a tutte le stoccate teorizzate dai trattati, quindi si può partire dall’esecuzione della botta dritta come attacco semplice e, transitando dall’attacco composto e dalle uscite in tempo, si può giungere sino alla finta in tempo; moltiplicando ovviamente tutte le azioni per quattro, perché quattro sono i possibili bersagli avversati da poter raggiungere.

I vantaggi che scaturiscono da un uso costante e misurato degli esercizi sono numerosi: innanzitutto, come abbiamo appena detto, lo schermitore nello sviluppo della preparazione tecnica si rende autonomo dal maestro, potendosi esercitare tecnicamente quanto e come vuole – in secondo luogo gli esercizi realizzano una preziosa ambientazione astratta intermedia tra la lezione individuale fatta con il maestro ed il libero assalto fatto con l’avversario, ambientazione che consente tra l’altro lo studio e la calibrazione di importanti parametri come la misura ed il tempo (che solitamente sono comandati o quantomeno suggeriti direttamente dal maestro nel dialogo della lezione) –  gli esercizi poi per la loro realizzazione richiedono agli schermitori la costruzione di un  fraseggio più o meno complesso, che, partendo dal primo presupposto, deve poi portare a raggiungere il bersaglio prestabilito ed in questo aiuta in loro lo sviluppo della capacità astrattiva dei vari colpi – inoltre le tipologie di esercizi da poter realizzare hanno un ampio spettro, potendo spaziare da casi in cui uno dei due schermitori funge da statico e passivo bersaglio a casi dove invece è previsto un certo tipo di reattività reciproca da parte dei soggetti (invito e botta dritta senza reazione difensiva oppure stesso invito, ma con la possibilità di parare e rispondere da parte di chi subisce l’iniziativa d’attacco); preziose situazioni tecniche che, oltre che innestare un divertente processo ludico, tendono sempre più ad approssimarsi alla realtà della scontro.

Ricordati, più riesci a far capire ai tuoi allievi l’importanza di questi mezzi accessori di perfezionamento tecnico, più loro hanno ovviamente la possibilità di evolversi prima ed in modo più compiuto.

Tu, come maestro, reciti un ruolo centrale nella formazione tecnica dell’allievo: è la tua prerogativa e nessuno la può mettere in discussione in alcun modo; ma proprio per questo, cerca di rendere parallelamente il tuo allievo anche autonomo dall’esclusivo lavoro con la tua lama.

In effetti ogni schermitore, chi prima chi dopo, è alla ricerca di un proprio modo di fare scherma, che è poi la libera e soggettiva interpretazione dei canoni tecnici.

A questo proposito non credo che lo schermitore debba essere maestro – dipendente, almeno oltre un certo grado e comunque con precisi limiti e contorni: chi sale in pedana e si cala la maschera si trova completamente solo quando combatte contro l’avversario e quindi una delle prime cose che deve apprendere è che deve costruire la sua forza e la sua fortuna sul senso di solitudine che circonda ogni assaltante; l’unico colloquio possibile è con se stesso, alla strenua ricerca di tutto ciò che può supportare la migliore conduzione del combattimento.

Sotto quest’aspetto ben diversa è la situazione del dopo gara o dell’intervallo tra le frazioni dell’eliminazione diretta: il colloquio con in maestro può essere molto utile per confrontare i dati vissuti dall’interno del match con quelli invece visti dall’esterno; invero un consiglio e un parere del tecnico può talvolta consentire una diversa e vincente chiave di lettura dell’assalto o comunque costituire un’occasione di studio e di approfondimento da sviluppare in una successiva seduta di lezione individuale durante il normale allenamento in sala.

Resta comunque il fatto che il rapporto tra maestro ed allievo può essere benissimo messo a confronto con quello tra genitori e figli: letteralmente dal nulla, giorno per giorno, con pazienza e cura infinita, un soggetto, esperto in un determinato campo, istruisce, spiega, corregge, allena un altro perché apprenda, introietti ed applichi un certo tipo di comportamento.

Questo rapporto nasce, si sviluppa e si evolve con un preciso fine, il tentativo di sovvertire a suo tempo i valori in campo: ogni insegnante travasa oltre le sue conoscenze specifiche anche tutto se stesso con la viva speranza che l’allievo prima o poi lo superi, naturalmente in un ipotetico confronto.

Ti ricordi, quando Ettore, prima di esordire nel fatale duello con Achille, augura a suo figlio Astianatte che qualcuno ammirandolo possa dire “non fu sì grande il padre?”

Ecco, ora credo che tu abbia capito.

Gli allievi, come i figli, devono prendere la loro strada e più indipendenti si rivelano, più hai lavorato bene e più forti sono …tanto, non ti preoccupare più del dovuto perché devono sempre poi chiederti lezione.

 

 

Componenti psico-fisiche della lezione
 

Introduzione – Livello attentivo – affaticamento muscolare

 

Introduzione
Al di là dell’attività strettamente collegata con la trasmigrazione, l’elaborazione e la specificazione dei dati di natura tecnica, nella lezione sono ravvisabili alcune importanti componenti di natura psico-fisica: il cosiddetto livello attentivo e il livello di affaticamento muscolare.

Il consiglio è quello di tenere sotto stretto e costante controllo questi indici in quanto essi non solo possono andare ad inficiare la qualità del lavoro che stai svolgendo, ma addirittura possono produrre dannosi effetti collaterali: il soggetto si annoia o è troppo stanco per essere in grado di assimilare i frutti del lavoro svolto e addirittura può associare un senso non piacevole e di disagio rispetto all’attività in cui è coinvolto.

A questo proposito un primo suggerimento, per quanto ovvio: guardati il più possibile dallo stardadizzare la tua lezione e cerca di modularla sempre alle precise istanze e caratteristiche dell’allievo che ti trovi di fronte; in effetti tanto più una lezione sarà personalizzata e mirata sul singolo soggetto, tanto più sarà foriera per lui di utilità.

 

 

Livello attentivo
Ogni volta che un soggetto è sottoposto alla trasmigrazione di nuovi dati informativi,  si esercita nel perfezionamento di altri ben conosciuti o si allena nella loro applicazione, ad un determinato istante sopravviene una saturazione; saturazione non strettamente connessa e da mettere in relazione con l’affaticamento muscolare, ma piuttosto da addurre e collegare ad uno stato di concentrazione mentale.

In questa situazione la partecipazione dell’allievo non è più totale e tende ad essere sempre meno permeabile agli stimoli indotti dall’educatore.

Cerca di vigilare attentamente su questa soglia attentiva e cerca di non varcarla mai, soprattutto in presenza di allievi di bassa età.

Devi quindi diventare esperto, come si suol dire, a  tastare il posto del tuo allievo, tenendo sempre sotto pieno controllo la tensione della tua lezione.

In effetti ogni elemento, rispetto agli altri, è in possesso di una propria e specifica capacità di ricezione nel tempo, che del resto può leggermente variare anche nello stesso elemento di volta in volta.

Puoi rimediare a tale situazione non solo interrompendo definitivamente la tua lezione, ma anche concedendo una pausa adeguata o passare ad un’altra diversa fase allenante come, ad esempio, a scambiare qualche libera botta con il tuo allievo.

L’importante, torno a dirlo, è tenere sotto costante controllo la situazione, intervenendo a modificarne i contorni al fine di continuare a gestire proficuamente la preparazione.

Nei primi anni devi pazientemente coadiuvare la nascita nel tuo allievo di una passione per la scherma, quindi devi preservarlo da ripetute nocive situazioni di poca gradevolezza: per dirla in gergo schermistico devi continuamente stringere e sciogliere misura, affinché, pur sotto il tuo costante controllo, abbia l’impressione di muoversi in piena autonomia nel suo rapporto con la scherma; poi, un dato giorno, da solo capirà sino in fondo la situazione e si adeguerà spontaneamente a ciò che richiede la frequentazione di una disciplina come la nostra.

Soprattutto con bambini di età molto bassa la procedura allenante deve basarsi con la proposizione della tecnica in piccole e moderate dosi: in tal modo la loro attenzione si mostra sempre vigile e ricettiva. E’ la famosa politica della piccola fetta di un buon dolce: più ridotte sono le porzioni che ti vengono date, più ti vien voglia di mangiarne ancora.

 

 

Affaticamento muscolare
Come ben sai le prestazioni di natura fisica che richiediamo ai nostri allievi si basano sul meccanismo della cosiddetta forza rapida, quindi non su una produzione di uno sforzo costante quanto piuttosto da una successioni di vere e proprie esplosioni di energia muscolare (in primis l’affondo).

Ciò comporta un’attenta vigilanza non tanto e solo alla durata della seduta di allenamento, ma anche alla natura delle azioni schermistiche che facciamo eseguire all’elemento che stiamo intrattenendo nella lezione.

Indubbiamente lo sforzo muscolare maggiore viene incentrato sull’utilizzo degli arti inferiori chiamati ad eseguire varie successioni di affondo ed il relativo richiamo in guardia.

Ne consegue che devi vigilare specificatamente sullo stato di affaticamento delle gambe, introducendo quando necessario opportuni intervalli di recupero, ottenuti alternando magari la natura tecnica delle azioni.

Anche il braccio armato, sottoposto ad una continua operatività, può far insorgere stanchezza e stress muscolare.

Anche in questo settore devi prestare la massima attenzione e, quando percepisci una minore rispondenza nei tempi e nella qualità tecnica da parte del tuo allievo, devi interrompere per qualche istante il lavoro, magari innestando con lui un dialogo su un qualsiasi argomento.

Indubbiamente un espediente molto utile a prolungare i tempi della lezione consiste nel riuscire a miscelare e a controbilanciare in modo ottimale gli sforzi legati alle varie tipologie di azioni da poter far eseguire: ad esempio, ad intensi esercizi di spostamento sulla pedana si possono alternare esercizi di precisazione del lavoro del braccio armato, come ad intensi scambi di interlocuzione dei ferri si può alternare la spiegazione di una tattica o di una strategia d’assalto.

Del resto, pur in modo molto guardingo e dosato, devi anche far lavorare il tuo allievo sotto la pressione di un certo suo stato di affaticamento: in effetti è in questo modo che egli rafforza la sua resistenza alla fatica e soprattutto apprende a ragionare e ad agire al meglio in condizioni di stress.

Comunque potrai sempre consolarlo mostrandogli il sudore che versi anche tu sotto la tua  maschera e, come doverosa osservazione, potrai fargli notare, se di caso, la sua lacunosa preparazione di ordine fisico, sicuramente da poter incrementare tramite una mirata attività ginnica.

 

Tipologie di lezioni
 

Introduzione – la prima lezione – la lezione conoscitiva – la lezione formativa – la lezione allenante – la lezione tattica – la lezione assaltante

 

Introduzione
Affrontiamo ora la lezione dalla specifica ottica del suo potenziale contenuto tecnico, cioè dall’ottica del flusso formativo che il maestro realizza ed indirizza  verso l’allievo.

Direi che si possono impartire vari tipi di lezione: quella conoscitiva, quella formativa, quella allenante, quella tattica e quella assaltante.

Tuttavia non devi credere che un tipo di lezione ne escluda un altro: questa che ti ho appena espresso non vuole essere una divisione di carattere manicheo, anzi si può tranquillamente affermare che quasi sempre una lezione, ovviamente con l’eccezione di quella prestata ad atleti molto evoluti, contiene in fin dei conti, pur in quantità diverse, tutti gli indirizzi sopra indicati.

La divisione che ti ho illustrato serve soltanto a farti schematizzare il tipo di informazione con cui progressivamente puoi formare i tuoi allievi, schematizzazione che credo e spero ti possa aiutare nella formulazione e nella realizzazione delle tue prime lezioni.

Passiamo ora in rassegna queste varie tipologie di lavoro.

 

 

La prima lezione
Ho pensato di dedicare un capitolo intero al tema “prima lezione” in quanto ritengo che questo sia un istante veramente magico, un istante del quale se ne conserva nel tempo a lungo la memoria (come del resto del primo assalto).

Ma la magia, caro amico, è, neanche a dirlo, ancora una volta completamente nelle tue mani.

Mettiamoci nei panni del neofita e riflettiamo un po’: è sicuramente emozionato per tutta una serie di motivi da collegare al fatto che si trova per la prima volta in una sala di scherma, quindi in un ambiente per lui completamente nuovo – si trova davanti il maestro che molto probabilmente sta conoscendo per la prima volta proprio in quest’occasione – a seconda del suo carattere è magari un po’ intimorito e preoccupato di non fare una bella figura, dimostrandosi impacciato e incapace.

In più finalmente si ritrova ad impugnare un’arma (e questo è ciò che lo ha spinto a trovarsi dove si trova), ma dopo un po’ questa comincia  a pesare; subito dopo lo fanno mettere in una posizione, che gli spiegano che si chiama guardia, posizione che gli risulta alquanto scomoda (con le gambe flesse e divaricate) e probabilmente anche un po’ buffa; poi lo fanno andare avanti e indietro muovendo innaturalmente le gambe cioè non sovrapponendo, a mo’ di papera; quando poi si arriva all’affondo molti rischiano il collasso.

Come vedi ho voluto colorire forse eccessivamente la situazione della prima lezione, tuttavia, anche se uno in sala è entrato volontariamente con i propri piedi, credo di andare vicino al vero dicendo che non vede l’ora che la prima lezione finisca per ricominciare a respirare a pieni polmoni!

Noi tutto questo lo sappiamo già e quindi intelligentemente, molto intelligentemente, ci adeguiamo alla  particolare situazione psicologica.

Innanzitutto cominciamo con l’intrattenerci brevemente e affabilmente in colloquio con il nuovo allievo, cerchiamo, come si dice bene, di rompere un po’ il ghiaccio; gli argomenti sono i soliti: chi o cosa ti ha portato in sala di scherma, cosa ti aspetti da questo tipo di attività, ti piace combattere e cose di questo tipo, adattando ovviamente il colloquio all’età anagrafica dell’allievo.

Poi agguantiamo un fioretto, una sciabola ed una spada ed improvvisiamo su di essi una rapidissima carrellata di notizie e di particolari che possono destare curiosità ed interesse nell’interlocutore: qualche cenno storico, qualche cenno descrittivo, qualche cenno di regolamento e così via.

Passiamo finalmente a far impugnare l’arma prescelta, a mettere l’allievo in prima posizione, ad insegnargli il saluto e così di seguito, seguendo il buon esempio di un qualsivoglia trattato di scherma.

L’importante è procedere con calma, spiegando e magari rispiegando lo stesso concetto, facendo effettuare verifiche di ordine pratico sulle asserzioni fatte, tornando indietro e ripartendo con la ripetizione delle stesse cose già esposte.

Devi costantemente vigilare sul fatto che l’allievo si deve sempre trovare a suo agio, almeno per quanto è possibile: a questo proposito non tenerlo piegato sulle gambe per periodi troppo prolungati e concedigli frequenti periodi di rilassamento sia fisico che mentale.

Limita il numero delle nozioni esposte e preoccupati piuttosto che siano ben recepite non tanto e solo a livello motorio, ma anche e soprattutto a livello concettuale.

Alla fine della lezione, chiudendo magari un occhio sulla qualità esecutiva del gesto tecnico, innesta un ludo basato sull’esatta rispondenza da parte dell’allievo ai tuoi atteggiamenti (ad esempio, botta dritta al fianco su un tuo invito di prima oppure battuta di seconda e colpo sopra al petto); si arriva alle cinque botte, con un punto per l’allievo se risponde correttamente al tuo atteggiamento, un punto invece per te se l’allievo sbaglia o ritarda troppo la stoccata.

In tal modo cali subito il soggetto, almeno sin dove possibile, in una realtà caratterizzata da uno scontro, facendogli percepire in modo diretto ed applicativo il basilare concetto di “contraria” schermistica.

Le successive lezioni dovranno parimenti procedere nello scibile schermistico con estrema cautela, passando ai nuovi argomenti solo e soltanto quando si avrà sufficiente rispondenza da parte dell’allievo in quelli che li precedono.

In effetti , come accade nelle scienze esatte, la teoria schermistica si sviluppa attraverso una stratificazione e una sovrapposizione di concetti esecutivi, gli uni costruiti sugli altri in un intreccio tra presupposti posturali ed opportunità dinamiche concepiti specularmene tra i due sistemi – schermitore.

 

 

La lezione conoscitiva
La lezione conoscitiva si riferisce naturalmente alla situazione in cui introduci un nuovo argomento, che va a stratificarsi sulle conoscenze pregresse già in possesso dell’elemento di cui stai curando la formazione.

Il caso dell’assoluto neofita, ovvero di colui che prende la prima lezione, costituendo una situazione limite, l’abbiamo già affrontato nel capitolo precedente; qui invece si tratta solo di progredire nella conoscenza della tecnica schermistica, ponendo mattone tecnico su mattone tecnico.

A questo proposito ogni buon trattato di scherma incede secondo logica e offre a noi tecnici una scaletta di prammatica: presentazione dell’arma specifica cui si riferisce, la prima posizione, il saluto, la guardia… e così via.

La strada, come abbiamo accennato anche poco sopra, è alquanto indotta in quanto lo sviluppo della tecnica schermistica, seguendo per analogia lo svolgimento di ogni buona scienza, partendo da alcuni presupposti, arriva ad altri e poi ad altri ancora in una progressiva costruzione logico – deduttiva (ciò che s’intende per contraria, contraria alla contraria… e così via).

Quindi per illustrare progressivamente le varie azioni non devi fare altro che seguire quest’ipotetico razionale filo di Arianna, nel nostro specifico caso non per tornare indietro, bensì per andare avanti nella conoscenza: per questo dovrai prestare grande cura a collocare la nuova nozione rispetto al suo presupposto del quale può rappresentare la o una delle soluzioni possibili.

La conoscenza del tuo allievo dovrà quindi comporsi e formarsi progressivamente sul tipo del cosiddetto schema ad albero: da una nozione centrale se ne possono appunto ramificare altre e così via.

Essendo il numero delle azioni schermistiche determinato, nella formazione di uno schermitore giungerà ovviamente un istante in cui egli sarà venuto a conoscenza di tutto lo scibile tecnico; tuttavia non è da sottovalutare il fatto che l’ambientazione di ogni colpo può variare e non poco da situazione a situazione, moltiplicando di fatto l’ambito di una conoscenza cosiddetta completa.

Ti voglio ricordare un presupposto che per la mia personale esperienza si è rivelato esiziale: l’allievo, almeno sin dove si può spingere la sua facoltà di comprensione, va reso edotto della ratio che sta alla base di una singola postura, di questo o di quel colpo oppure di questa o quella contraria.

In altre parole una nuova nozione tecnica non va solo rivelata ed esposta in sé e per sé, ma va anche supportata da convenienti spiegazioni e ragionamenti sulla sua ragion d’essere. Questo ovviamente in sintonia con le capacità mentali dell’allievo di turno: a qualcuno ci si dovrà limitare ad una dimostrazione di ordine pratico, ad altri invece si potrà ricorrere all’astrazione e alla teorizzazione, facendo ricorso a nozioni di geometria e/o di fisica apprese nei vari ordini scolastici.

Ti dirò di più: quanto più riuscirai, creandone ad arte i presupposti, a far intuire in modo autonomo al tuo allievo la nuova  azione che intendi presentargli, tanto più essa sarà  percepita come scoperta personale con tutti i benefici psicologici e conoscitivi del caso.

Ovviamente, quasi sempre, dovrai poi intervenire in seconda battuta  per precisare il gesto tecnico per ricondurlo all’esecuzione canonica, ma il maggior lavoro di apprendimento concettuale lo avrai fatto svolgere dall’allievo stesso; e, se procederai in tal modo, non finirai mai di meravigliarti di quanti soggetti siano in grado di anticipare (probabilmente per istinto e/o per proprie capacità intellettive) i contenuti pur in forma grezza di quella scienza di cui ti senti magari il miglior custode.

Come ti ho accennato poco sopra, quando spieghi per la prima volta qualche argomento devi adattare il tuo linguaggio ed i rispettivi concetti all’allievo di turno: così, ad esempio, illustrando la guardia ad un bambino delle elementari parlerai di equilibrio, mentre ad uno più avanti negli studi parlerai di baricentro geometrico; così a qualcuno dirai di non applicare tanta forza con le armi perché non ce n’è bisogno e di stare attento nell’uso della lama perché su di essa c’è una parte forte, una media e una debole; mentre ad altri ricorderai che il braccio armato, arto più arma, costituisce una leva e quindi, affinché essa sia utile, occorre rispettare oculatamente il rapporto tra i punti di forza, resistenza e fulcro.

Inutile sottolineare l’importanza di un tal modo di procedere: lo schermitore deve essere sempre in grado di capire ciò che fa (almeno sin dove è in grado di poterlo fare), perché è proprio sulla conoscenza che dovrà costruire quel bagaglio tecnico – esperienziale indispensabile per il pieno raggiungimento della sua efficacia e valenza agonistica sulla pedana.

 

 

La lezione formativa
 

Introduzione – struttura – elementi della lezione – l’errore

 

Introduzione
Ogni postura, movimento ed azione, di cui si è appresa l’esistenza, sono in seguito  oggetto di determinazione e specificazione nella cosiddetta lezione formativa: ciò che per la prima volta è appreso in modo alquanto approssimativo, sarà poi doverosamente calato nella realtà esecutiva.

Il gesto, all’inizio solo abbozzato, va precisato e delineato nelle sue migliori fattezze geometriche e temporali: come sai bene dovrai parlare di traiettorie ottimali, di movimenti stretti, di precedenze o di simultaneità e così via.

E’ questa la fase più lunga della preparazione, dove insegnante ed allievo con reciproca pazienza e fatica costruiscono ciò che mano a mano va configurandosi come bagaglio tecnico dello schermitore.

Il pericolo al varco, come t’immagini bene, è che la consuetudine dei gesti e la ripetitività delle situazioni comporti, a lungo andare, non dico noia e tedio, ma almeno scarsa partecipazione e minore spinta emotiva.

A questo proposito i rimedi possono essere di vario tipo: variare i contenuti della lezione, alternare la tipologia della lezione (come vedremo in un apposito capitolo) e, non ultimo, prestare attenzione alla sua  frequenza.

Su quest’ultimo aspetto vorrei proporti alcune riflessioni.

Lo spettro dei tratti psicologico – caratteriali degli elementi che frequentano la sala è estremamente variabile e non mi riferisco solo a marcate differenze di età anagrafica o schermistica: in effetti c’è l’allievo puntiglioso, c’è quello pignolo, c’è il timido, l’impacciato, come del resto c’è il superficiale, il pressappochista e, addirittura, il lavativo: in effetti, come accade nei vari ordini scolastici, gli elementi equilibrati ed i seri costituiscono una minoranza assoluta della popolazione complessiva (sig!).

Ebbene il consiglio è quello di sintonizzarti con queste tipologie caratteriali, cercando oculatamente di frenare chi deve essere frenato e di stimolare invece chi necessità di stimoli; in tal modo renderai un servizio non solo allo schermitore, ma anche complessivamente alla persona.

Comunque l’organizzazione e la strutturazione della lezione spettano solo a te e conseguentemente solo tua sarà la responsabilità dei suoi risultati; e per risultati, ovviamente, non intendo quelli agonistici, diciamo quelli di carattere assoluto, bensì intendo quelli relativi, cioè quelli connessi alle capacità potenziali dei tuoi singoli allievi (per alcuni di essi mettere anche due sole stoccate in un assalto in sala può rappresentare il massimo che il destino, spesso ingeneroso, gli ha concesso).

Il tuo fine deve essere quello di realizzare un intrattenimento di carattere piacevole, dove piacevole non vuole affatto dire che non si fatica e non ci si arrabbia magari con se stessi perché non si riesce a fare bene un determinato gesto; piacevole vuol dire che si ha la consapevolezza di fare un qualcosa di utile per noi stessi e di farlo con una persona di cui ci fidiamo ed alla quale riconosciamo l’autorità conoscitiva.

Ecco perché, superata una certa età e una determinata soglia tecnica che rendono l’allievo indipendente, ti consiglio di non convocarlo mai d’ufficio sulla pedana: la lezione non deve mai essere subita dallo schermitore, ma ricercata dallo stesso perché ne sente la voglia e la necessità.

 

 

Struttura della lezione
Fatte tutte queste doverose premesse di carattere generale, credo sia importante intrattenerti su un concetto molto importante, quello relativo alla strutturazione complessiva della lezione.

Ovviamente in questi casi non si può operare con rigidi schemi preconfezionati in quanto ciò non è consentito dall’estrema variabilità della maturazione e delle attitudini dei singoli e diversi allievi.

Di grande aiuto sarà piuttosto un canovaccio, che dando solo flessibili e adattabili spunti, andrà a supportare in modo utile lo svolgimento del tuo lavoro.

In questo senso la struttura di una lezione dovrebbe, a mio parere, contemplare; una prima fase di riscaldamento, un primo generico e breve ventaglio di esecuzioni tecniche, la scelta di singoli temi da approfondire, il necessario studio di questi temi, la specificazione delle posture e/o la velocizzazione dei relativi gesti , una fase di ludo agonistico, un veloce sunto dei temi trattati, alcuni esercizi finali di defaticamento e di congedo.

La fase di riscaldamento non è da intendersi solo come vestibolo all’intenso lavoro muscolare (è consigliabile sotto questo aspetto che l’allievo si presenti in pedana già sufficientemente preparato), ma si riferisce piuttosto al rapporto globale con lo schermitore: partendo in sordina, deve mano a mano “scaldare il proprio motore” rispetto all’arma impugnata, agli spostamenti da effettuare, alla misura da tenere, all’allungo da eseguire, alle evoluzioni del braccio armato… e così via.

In altre parole l’allievo, per non partire a freddo, si deve, pur in breve, acclimatare alla situazione tecnica per cercare di dare il meglio di sé.

In questo tu, insegnante, lo devi aiutare, oltre che fisicamente, anche psicologicamente, cercando di entrare in perfetta sintonia con lui: gesti tecnici e atteggiamenti eseguiti marcatamente a velocità molto ridotta e richiesta di risposte motorie da parte dell’allievo altrettanto lente – suggerimenti o correzioni solo se strettamente necessari – esecuzione solo di azioni dalla meccanica molto semplice.

Dopo questo esordio, curando in modo particolare la lenta progressione della velocizzazione dei gesti, si passa alla seconda fase della lezione, fase in cui si passano in rassegna alcune azioni in modo assolutamente casuale, esordendo con una serie di botte dritte, battute e colpo e azioni di filo, arrivando solo all’esecuzione delle finte semplici.

L’allievo in questa fase deve essere richiamato, se di caso,   alla migliore esecuzione qualitativa dei gesti, tralasciandone la massima velocizzazione (deve anzi essere indotto a rimanere ben al di sotto della propria personale soglia massima).

Lo scopo che devi ottenere è quello di far salire progressivamente in numero dei giri del suo “motore”, lavorando, come appena detto, non sulla sua capacità muscolare di produrre movimento in tempi brevi, ma su ciò che in altro modo può incrementare la sua velocità, cioè sulla sua reattività e sull’economia spaziale del suo gesto tecnico.

In pratica l’allievo da una parte deve esercitarsi sulla sua appercezione, ovvero sulla risposta selettiva in tempi brevi alle diverse situazioni esterne: dovrai sollecitarlo con il tuo continuo mutare di atteggiamento con il braccio armato e con un sollecito cambiamento di linea.

Dall’altra deve rispettare le migliori geometrie che producono le traiettorie cronometricamente più economiche: devi quindi richiamarlo, se di caso, all’esecuzione di cavazioni strette e di misurati spostamenti del braccio armato.

Successivamente, partendo magari da ciò che si evidenzia in questa fase di attività, si decide, consultandoci magari con l’allievo, su quale tipo di lavoro concentrarsi.

Fatta questa scelta si procede nell’approfondimento della questione tecnica e partendo dai suoi presupposti, si cerca assieme di specificarne al massimo l’ambito teorico di applicazione, ambientando il colpo sia da un punto di vista di spazio, sia di tempistica di realizzazione.

Si esegue il colpo materialmente e, procedendo magari in modo sperimentale, si cerca di perfezionarne la sua esecuzione per portarla al suo massimo grado espressivo; l’importante, secondo il mio parere, è di innestare solo per ultimo l’elemento velocità muscolare.

In effetti, spero che tu concordi su una considerazione: partendo dal fatto che ogni allievo possiede una propria soglia personale di capacità di velocità muscolare, è di primaria importanza che non la valichi mai, perché, superandola, non farebbe altro che inficiare la qualità esecutiva finale del suo gesto tecnico.

Questo è uno dei concetti più importanti che lo schermitore deve recepire e con il quale deve perennemente combattere.

Questa che abbiamo appena esaminato è la fase più importante della lezione e non soltanto perché l’allievo è aiutato ad introiettare le singole azioni che vanno a formare ed arricchire il suo bagaglio tecnico, quanto piuttosto perché l’insegnante con questa serie di attività non solo materiali ma anche concettuali cerca di creare una sua specifica forma mentis.

In effetti l’acquisizione della capacità di produrre una successione di movimenti tecnici ben eseguiti non è sufficiente perché uno schermitore possa diventare un buon combattente: ci vuole molto di più; e non mi riferisco alla tattica o alla strategia con cui poter condurre al meglio un assalto (cose tra l’altro bellissime, affascinanti e divertenti a realizzare), mi riferisco piuttosto alla voglia di capire le cose sino in profondità e a quel desiderio di pretendere da se stesso ciò che di massimo si può dare.

Questo, mio caro amico, dovrai insegnare ai tuoi allievi ancor prima della botta dritta o della cavazione e far apprezzare loro la lezione come istante della loro crescita globale come persone; dovrai fargli capire che la scherma, oltre ad essere una divertente attività sportiva, è prima di tutto una disciplina che cerca di far migliorare sotto svariati aspetti chi la pratica.

Toccato questo intenso acmé della lezione, è conveniente decelerare anche emotivamente ed instaurare un rapporto quasi ludico e scherzoso con l’allievo: scambiare qualche battuta ironica, tirare con lui un paio di botte, sfidarlo su qualche contraria inusitata o attività similari.

Devi far percepire un netto calo di tensione, come se la precedente fase di allenamento fosse coincisa in tutto e per tutto con un clima simile a quello da vivere durante un reale assalto di gara.

Si passa quindi ad un’altra importante fase in cui si cerca di sunteggiare velocemente per concetti quanto è stato oggetto della lezione, sottolineandone in positivo ma anche in negativo quanto è emerso.

Questo breve lavoro di natura intellettuale è molto importante in quanto l’allievo non solo è aiutato nella memorizzazione e quindi nella ritenzione dei dati tecnici sui quali ci si è intrattenuti, ma è favorito anche verso la piena comprensione di ciò che mano a mano è in grado di eseguire sulla pedana: è solo attraverso questa attività mentale che sarà nel tempo sempre più in grado di sviluppare una piena consapevolezza tecnica, giungendo all’elaborazione di un suo personale stile di scherma.

Un’ultima breve fase di esercizi di defaticamento, soprattutto del braccio armato, un bel saluto, guardandosi negli occhi… e la lezione è finita.

 

 

 

Elementi della lezione

Sulla base di quanto abbiamo appena finito di esporre, gli elementi della lezione formativa risultano essere: la precisazione tecnica, la meccanicizzazione, la reattività e la velocizzazione.

Per quanto riguarda la precisazione tecnica ribadisco, per quanto ovvio, che l’insegnante deve fornire all’allievo tutte le coordinate applicative risultanti dalla contemporanea e conclamata teoria schermistica.

Il maestro, se è in possesso di deviazioni significative frutto della sua personale esperienza, a mio parere, deve deontologicamente preavvertire di ciò l’allievo, che, ovviamente se sufficientemente maturo, potrà decidere quale canone adottare liberamente.

Come già espresso in precedenza, la precisazione tecnica del gesto s’incentra sulla collocazione spazio – temporale di un certo tipo di postura o di un determinato movimento del braccio armato esplicatorio di un meccanismo connesso ad un’iniziativa d’attacco o di correlativa difesa.

Come sai si può spaziare da un’azione (letteralmente) semplice ad un’azione composta, potendo addirittura sconfinare in un reciproco processo di coinvolgimento di entrambi i contendenti come nel controtempo o nella finta in tempo.

Il consiglio è di far innanzitutto inquadrare all’allievo ogni singola azione tramite la relativa corretta terminologia, al fine sia di facilitargli la catalogazione convenzionale dei vari colpi, sia di rendere più immediato e più preciso il colloquio durante lo svolgimento della lezione.

Naturalmente dovrai vigilare sulla qualità esecutiva delle posture e dei gesti, cercando di stimolare nell’allievo un continuo e progressivo avvicinamento ai canoni prestabiliti, facendogli capire che in tal modo può migliorare i suo colpi e migliorare di conseguenza il suo rendimento agonistico.

La meccanicizzazione della postura e del gesto tecnico costituisce appunto un primo soddisfacente punto di approdo: l’allievo ha sufficientemente introiettato la relativa nozione e la sua applicazione risulta più che sufficiente.

In effetti il soggetto non ha più bisogno di vagliare criticamente la sua attività, ma la applica spontaneamente senza bisogno di reiterate censure correttive.

A questo proposito è tuo compito precipuo, pur gratificando parzialmente l’allievo, fargli comprendere che su ogni schermitore pende una condanna, quella di non considerarsi mai soddisfatto di quanto riesce a fare e di cercare sempre di migliorarsi.

Un altro elemento portante della lezione è costituito dall’allenamento della reattività: in effetti, soprattutto nelle azioni difensive, accanto e prima della velocità di esecuzione del gesto tecnico c’è la velocità decisionale che porta lo schermitore ad effettuare uno spostamento o una determinata attività con il braccio armato.

In concomitanza di un’iniziativa d’attacco dell’avversario (ma anche in occasione ad esempio di una rimessa da effettuare dopo un proprio attacco andato a vuoto), riveste grande importanza la capacità di adottare in tempi brevissimi la condotta più idonea per affrontare o sanare la situazione che si sta delineando.

L’input di partenza è costituito in primis dalle informazioni inviate dagli organi di percezione: vista, udito e tatto devono suonare l’allarme, segnalando la configurazione di uno stato di pericolo.

In rapidissima successione l’intelletto dello schermitore deve svolgere due compiti di ordine vitale: primo, rinvenire nel proprio bagaglio tecnico una risposta posturale e/o meccanica idonea quanto meno ad annullare l’iniziativa dell’avversario e magari preparatoria della cosiddetta risposta per cercare di colpire di rimando l’antagonista – secondo, trasmettere i relativi ordini motori alle specifiche sezioni corporee dello schermitore.

Bene, qui finisce il percorso della reattività in senso stretto ed entra in gioco la velocità di esecuzione, ovvero la possibilità di realizzare posture od eseguire movimenti nel più breve tempo possibile.

L’insegnante deve allenarla con costanza e pervicacia: si tratta di prospettare all’allievo, magari impegnato in un’azione di routine, una situazione nuova ed improvvisa, sollecitando una sua risposta in tempi sempre più stretti; prestando in questi casi la massima attenzione al fatto che l’immediatezza della reazione non sia motoriamente scomposta e che soprattutto risponda in modo concettualmente adeguato alla situazione reale che si è venuta a configurare.

L’ultimo elemento da prendere in considerazione è la velocizzazione, sia essa relativa ad uno spostamento corporeo oppure ad una specifica azione del braccio armato.

Ti ribadisco a questo proposito un importante concetto che ti ho già espresso: la velocità non può assolutamente andare ad inficiare la qualità dell’attività svolta, altrimenti non solo sarebbe inutile, ma addirittura provocherebbe un danno (come se in una gara di corse una macchina fosse la più veloce, ma uscisse proprio per questo alla prima curva).

Quindi lo schermitore deve essere veloce sino a quando riesce a farlo in modo corretto; la sua velocità finale, potenza muscolare a parte, sarà il frutto di vari fattori: un idoneo punto di partenza, traiettoria del colpo in economia spaziale, oculata scelta del tempo nelle azioni cosiddette semplici oppure rispetto dei tempi del fraseggio nelle azioni composte.

Detto questo, al momento opportuno della lezione, dovrai configurare alcune azioni nel corso delle quali dovrai spronare l’allievo alla velocità, sia in attacco che in difesa: dovrai sbarrare le sue iniziative con parate sempre più pronte e per contro indirizzargli colpi sempre più veloci, portandolo alla soglia delle sue capacità reattive.

Visto che stiamo parlando di un tema così importante come la velocità, permettimi un’osservazione: al tuo allievo devi far capire al più presto che non è tanto la velocità in sé ad essere importante (anche se poi ogni schermitore si allena per potenziarla al meglio), quanto piuttosto il raffronto con quella dell’avversario.

In effetti su questo primo dato essenziale potrà e/o dovrà costruire la sua tattica d’assalto, opzionando tra le diverse tipologie di azioni elaborate dalla tecnica schermistica.

 

 

L’errore
A margine di questo capitolo ti devo parlare di un prezioso strumento didattico, il più delle volte immeritatamente configurato come mera negatività: l’errore.

Devi sapere che tutto ruota attorno all’uso che vuoi o riesci a farne.

Se ti limiti al suo impiego censorio con i suoi “no, non si fa così – “così non va” e similari, ti devo subito avvertire che non sfrutti appieno la sua notevole portata didattica: in effetti la saggezza popolare condensata nei proverbi recita “sbagliando s’impara”, configurando quindi l’errore quasi come una preziosa tappa che l’uomo deve comunque e necessariamente raggiungere e sorpassare.

Cerca invece di vedere l’errore come opportunità non solo di correzione, ma anche come opportunità di spiegazione e di dimostrazione dei suoi effetti deleteri ed indesiderati: ad esempio, approfitta dell’esecuzione di un brutto affondo eseguito da un tuo allievo per fargli notare e soprattutto verificare come prima conseguenza che si ritorna peggio in guardia, rispetto invece al maggior equilibrio derivante da un allungo ben fatto.

Questa dimostrazione di ordine pratico, magari ottenuta anche accentuando artatamente la già errata postura o movimento, non potrà non colpire l’immaginazione del tuo allievo e rinsalderà nella sua mente le giuste coordinate comportamentali di segno opposto.

I due messaggi, quello di segno positivo e quello di segno negativo, supportandosi vicendevolmente, concorreranno a far introiettare meglio i tuoi insegnamenti, che avranno anche il pregio di avere alla base una verifica addirittura di natura sperimentale galileiana.

Se non sei ancora convinto, metti un allievo in guardia e digli di spostare tutto il peso del corpo su una gamba e poi chiedigli di eseguire un passo in quella direzione: capirà da solo perché il peso corporeo deve gravare su entrambi gli arti.

Laddove tu riesca ad innestare nel tuo allievo questa capacità di autoanalisi, ritroverai in lui il miglior collaboratore per la sua formazione.

 

 

La lezione allenante
Questo tipo d’intrattenimento tecnico si fonda su un ovvio presupposto: l’allievo che ti trovi di fronte è già sufficientemente formato.

Il lavoro che intendiamo svolgere s’incentra sull’addestramento specifico di alcune azioni, di cui non si cerca più il perfezionamento bensì la migliore realizzazione applicativa nella dinamica realtà dello scontro, quindi, allontanandosi da un’ambientazione di carattere squisitamente teorico com’è quello della lezione formativa,  si cerca di riprodurre il fraseggio schermistico in condizioni che si avvicinino quanto più è possibile allo stato di pressione e di stress derivanti da un vero match.

Dopo un breve esordio di riscaldamento fisico – tecnico nel tempo si chiamano a voce o s’inducono con i movimenti del braccio armato i vari colpi, cercando d’inserirli in un fraseggio più o meno prolungato: la novità consiste proprio nel fatto che le azioni vengono proposte non più singolarmente, ma inserite nel contesto più ampio del dialogo schermistico.

Pur continuando a comandare e a indirizzare tecnicamente lo svolgimento del lavoro, devi progressivamente calare il tuo allievo nella realtà dell’assalto, sollecitandone mano a mano i tempi di risposta e la velocità di esecuzione: devi rappresentare per lui uno sparring partner molto attivo sia negli spostamenti che nelle mutazioni di situazione tecnica.

A questo proposito è consigliabile esordire in ogni singola tipologia di azione a velocità ridotta  e progredire lentamente nei tempi esecutivi, vigilando attentamente sulla qualità tecnica complessiva della situazione (posture e gesti).

Il tuo compito sarà quello di condurre il tuo allievo alla sua personale soglia limite, cercando ogni volta di spostarla un po’ in avanti: dovrai indurlo con la tua velocità e aiutarlo anche con i tuoi stimoli verbali, talvolta dovrai anche giungere a provocarlo bonariamente per sollecitare il suo amor proprio.

Questa tipologia di lezione, tendendo sempre più a riprodurre le reali condizioni dello scontro sulla pedana, è ovviamente da utilizzare soprattutto in vicinanza di appuntamenti agonistici; tuttavia costituisce anche un ottimo strumento ordinario per facilitare e favorire la crescita del rendimento dei propri allievi.

 

 

La lezione tattica
La tecnica schermistica, quando viene traslata dal mondo delle idee dei trattati alla realtà di pedana, deve essere oculatamente inserita in un contesto relazionale con l’avversario, originando in tal modo la cosiddetta tattica schermistica.

In effetti quei diversi ed astratti presupposti spaziali da cui si originano le diverse tipologie di colpi devono essere ricondotti a due volontà in conflitto tra di loro, volontà peraltro continuamente cangianti rispetto allo spazio, al tempo ed alle contingenze che si vanno configurando e sovrapponendo durante lo scontro sulla pedana.

Per il successo dello schermitore necessaria e fondamentale risulta la sua capacità di lettura sia della singola stoccata, sia della globalità dello scontro.

Per quest’ultimo aspetto si tratta della possibilità di saper gestire strategicamente al meglio tutta una serie di parametri: l’oculata distribuzione delle proprie energie psico – fisiche, lo scorrere del tempo regolamentare, un’ipotetica differenza di punteggio e quant’altro di similare. E in questo campo, consigli a parte, il maestro ha poca possibilità d’intervento diretto: può solo far capire, suggerire e consigliare quanto poi l’allievo deve gestire da solo sulla pedana.

Diversamente accade invece per ciò che concerne la capacità di lettura della singola stoccata, cioè per la tattica schermistica: qui l’insegnante ha un’ampia possibilità d’intervento sia a carattere teorico, ma anche e soprattutto pratico.

La teoria schermistica poggia le proprie leggi (perché a questo proposito di scienza si tratta) sul concetto di presupposto: l’assioma è quello di costruire la propria attività adattandola ad una situazione esistente pregressa.

Ad esempio si può eseguire un’azione sul ferro avversario solo se quest’ultimo ce lo concede oppure si può ideare una botta dritta solo se si è convinti di superare in velocità l’avversario.

Il tuo compito, mio caro amico, è di far capire al tuo allievo che il successo che insegue è intimamente connesso, almeno statisticamente, a questa capacità di lettura delle caratteristiche, degli atteggiamenti e delle attività dell’avversario.

La lezione tattica è appunto lo strumento specifico per sollecitare queste precise istanze: il maestro non propone più il da farsi con le parole, ma affida il dialogo solo alla sua lama e alle diverse configurazioni ed azioni che può assumere e svolgere (in effetti  questo tipo d’intrattenimento tecnico è definito in gergo lezione muta).

Ad esempio una scopertura del maestro rappresenterà (letteralmente) un invito a tirare sul relativo bersaglio lasciato incustodito oppure la sua lama tenuta in una determinata linea indurrà ad eseguire un legamento e un colpo sia a ferro libero che di filo sul relativo bersaglio.

Comunque il concetto è bivalente nel senso che l’insegnante non deve limitarsi solo ad essere oggetto di iniziativa d’attacco, ma, attaccando lui stesso, deve anche  promuovere e sollecitare la difesa del discepolo (difesa col ferro oppure tramite un’idonea uscita in tempo).

L’iniziativa, comunque, non è solo nelle mani del maestro: l’allievo, effettuando un idoneo scandaglio, potrà verificare la sua reazione e costruirci sopra la dovuta contraria;  a questo proposito l’insegnante, ovviamente, avrà cura di variare nel tempo tale reazione in modo da far esercitare l’allievo in tutto il ventaglio possibile dei colpi d’attacco, dalle azioni semplici (il  maestro non ha reazione), a quelle composte (il maestro utilizza le parate col ferro), al controtempo (il maestro si difende tramite un’uscita in tempo).

In ultima analisi tale tipo di lezione si concretizza in una rapida e sempre varia proposizione di contraria, che l’allievo deve ricercare e realizzare nel più breve tempo possibile; e nel caso che la situazione prospetti più soluzioni, deve essere in grado di alternare i vari colpi risolutori.

A seconda del grado di maturazione di chi sta prendendo lezione, il maestro deve cercare di spaziare in tutto lo scibile schermistico: azioni a propria scelta di tempo o in tempo, azioni semplici e composte, azioni di prima e di seconda intenzione, uscite in tempo, azioni in controtempo, finta in tempo, azioni di rimessa,

L’allievo deve essere indotto ad eseguire il movimento solo e soltanto quando avrà ben chiara la soluzione migliore da applicare alla contingenza: deve essere assuefatto a riflettere in tempi sempre più rapidi e ad agire sempre secondo la logica che appare la più confacente al caso.

Deve imparare a centellinare il suo attacco per poter economizzare le sue energie ed esprimere il suo massimo potenziale atletico tutte le volte che lo attuerà (tra l’altro, diluendo nel tempo le sue iniziative in avanti, potrà sfruttare meglio l’elemento sorpresa)  – deve resistere alle finte dell’avversario e ricorrere alla parata solo sul finire del colpo (in tal modo potrà svelare l’eventuale inganno della finta celato nell’azione)  – deve esprimere la massima determinazione nelle uscite in tempo (in questi frangenti tecnici, trattandosi in pratica di attaccare un attacco, rivestono importanza fondamentale sia il concetto di anticipo, sia quello della perentorietà).

 

 

La lezione assaltante
Tra la  lezione tecnica in senso lato ed il libero assalto sulla pedana c’è per il maestro ancora una potenziale zona d’intervento, quella che si concretizza nella possibilità di incrociare il proprio ferro con quello dell’allievo, ciò che in gergo viene inizialmente denominato spratico d’assalto.

Inutile premettere che il confronto sulla pedana non riveste e non deve assolutamente rivestire il carattere di scontro agonistico: qualsiasi risultato si venga a configurare non avrebbe comunque alcun significato tecnico e soprattutto non fornirebbe alcun parametro di valutazione utile.

In effetti quest’attività accessoria del maestro, restando sempre subordinata all’evoluzione tecnico – tattica dell’allievo, si può configura solo e soltanto come un ulteriore strumento didattico: l’allievo viene accompagnato sino alle soglie e talvolta sin dentro alla realtà dello scontro, realtà di cui l’insegnante cerca di riprodurne tutti i reali contorni.

Io ti so testimoniare, perché ho avuto ai miei tempi la fortuna e l’opportunità di tirare con qualche mio maestro più di una volta, che la situazione per chi sta apprendendo è stimolante al massimo: si vuol mettere la stoccata non per battere il proprio maestro, ma solo per dimostrargli di essere in grado di eseguire al meglio ciò che lui stesso ci ha insegnato, vogliamo la sua lode nei nostri confronti sul campo e nulla di più.

Parimenti, da maestro, ho tuttora la fortuna di poter ancora incrociare il ferro con i miei allievi  e tutte le volte, pur non facilitandogli in alcun modo il colpo (oppure non troppo spesso, a seconda dei casi), tifo in cuor mio per loro, perché l’arrivare a toccare è sicuramente più importante e stimolante per loro di quanto lo possa ormai essere per me.

Comunque ti consiglio di non proporre o accettare mai le sfide ad un determinato numero di stoccate, proprio per cercare di trasportare il meno possibile la situazione sul confronto agonistico: sarà sufficiente scambiarsi via via i colpi e poi, quando magari si evidenzieranno le eventuali lacune della tua preparazione atletica (!), potrai chiamare le due o tre ultime belle, come si soleva fare sulle pedane tempo fa. E lì la battaglia s’infuocherà.

Allenandosi in tal modo sicuramente si perde qualcosa nello studio e nell’applicazione della strategia complessiva dell’assalto, ma si recupera il valore tecnico – tattico della singola stoccata, che poi è proprio l’obiettivo di questa particolarissima tipologia di lezione.

In pratica, dismesso il tuo piastrone ed indossato l’equipaggiamento regolamentare, diventi per il tuo allievo un prezioso sparring-partner: sarà tua cura alternare oculatamente le azioni, insistendo magari in uno stesso colpo quando percepirai delle difficoltà da parte sua e persistendo sino al rinvenimento dell’opportuna risoluzione tecnica; svolgerai attacchi di ogni genere e soprattutto in difesa dovrai alternare tutto il repertorio a disposizione (misura, parate e uscite in tempo).

In effetti tanto più prezioso sarà il tuo apporto tecnico – tattico, quanti più diversi atteggiamenti riuscirai ad alternare sulla pedana, ovviamente sia in attacco che in difesa.

In ultima analisi dovrai tenere sempre saldamente in mano le briglie dell’assalto e portare il discorso tecnico dove riterrai più opportuno e fruttifero per il tuo allievo: lascia pure che lui creda di disputare con te un libero assalto, la sola cosa importante è che tu riesca a trasmettergli nuovi impulsi meccanici e nuovi stimoli psicologici.

E, buon ultimo, se nella tua carriera sportiva sei stato un agonista (qualunque sia stato il tuo livello) potrai in tal modo riassaporare il gusto di vecchie sensazioni, magari impegnandoti in qualche stoccata; tanto, comunque sia il risultato, non dovrai dirlo a nessuno!

 

 

L’assalto assistito
Per assalto assistito intendo l’attenta presenza del maestro ad un assalto disputato tra due allievi.

Come ben puoi immaginarti, l’apporto dell’insegnante non si limita solo alla sua presenza fisica (già di per sé uno stimolo) e nemmeno, se di caso, al suo ruolo di presidente di giuria: la sua funzione in questo frangente è quella di essere un commentatore tecnico, nel senso d’intervenire, laddove necessario e proficuo, a precisare e commentare lo sviluppo dei colpi che si succedono sulla pedana.

La situazione invero costituisce un’occasione, pur indiretta, per svolgere una particolarissima forma di lezione: il maestro non interviene materialmente sulla pedana con il proprio ferro, ma si limita a dare il proprio apporto tecnico, valutando, approvando o correggendo ciò che i due contendenti esprimono nel corso del loro scontro.

Ciò ovviamente non esclude la possibilità che l’insegnante, impugnata l’arma, salga di tanto in tanto sulla pedana per dare all’occorrenza una dimostrazione pratica di ciò che magari gli allievi stentano a comprendere con le parole: in tal modo riproduce sperimentalmente la situazione intorno alla quale si disquisisce, al fine di sviscerarne i contorni e di rinvenire la o le contrarie più idonee al caso.

L’indubbio vantaggio di questo proficuo lavoro è che le stoccate non sono elaborate in astratto, ma piuttosto sono colte nella loro pratica estrinsecazione, risultando reali e genuine al massimo grado.

Le eventuali correzioni apportate e fatte eseguire contestualmente dai due allievi più di una volta, magari a parti contrapposte, dovrebbero produrre i migliori effetti in quanto gli esecutori sono colti proprio sul fatto e, magari sperimentalmente, possono immediatamente riscontrare la bontà pratica delle risoluzioni trovate ex-novo.

Tra l’altro, attraverso la lettura del libero assalto, sarai in grado di cogliere le tendenze, gli atteggiamenti e l’intimo modo di essere dei tuoi allievi, mettendo in piena luce anche il grado del loro animus pugnandi: il detto “fammi vedere come tiri e ti dirò chi sei” è a questo proposito alquanto calzante.

E conoscere ciò che l’allievo ha dentro di sé (magari talvolta nascosto e celato anche a lui stesso), credimi, è della massima importanza : in effetti la maschera che ci caliamo sul viso, oltre a proteggere la nostra incolumità, gioca molto spesso il ruolo della famosa maschera delle tragedie greche, che, frapponendo una barriera tra l’individuo ed il mondo circostante, svela i segreti anfratti della sua personalità.

Lo avrai senz’altro verificato anche tu più di una volta in sala: bambini e ragazzi che si dimostrano vivaci e spigliati fuori della pedana, una volta calata la maschera diventano impacciati e maldestri; per contro altri elementi, che invece appaiono timidi e limitati, al momento dell’assalto si dimostrano molto più combattivi e padroni di se stessi.

Poi qualcuno estraneo ai lavori magari ci dice: ma come fai ad avere tanta pazienza per insegnare la posizione di guardia, l’affondo e le varie azioni!

…già! E tutto il resto relativo alla psiche e carattere?!

Il rendimento e l’evoluzione del tuo allievo, lo sai bene, dipendono da come riesci mano a mano ad accordare e raccordare le sue capacità atletico-tecniche con la sua interiorità; più lo osservi combattere, magari anche alle gare ufficiali, più puoi conoscere le sfaccettature della sua personalità, che sei chiamato ad indirizzare e a far maturare al meglio.

 

 

Forme di lezione
Introduzione – lezione plurima – lezione agonistica – lezione di ripasso ad ogni inizio anno

 

Introduzione
Sin qui abbiamo preso in considerazione varie tipologie di lezione di tecnica schermistica in funzione del loro contenuto: siamo partiti dai primi passi della cosiddetta lezione conoscitiva e siamo giunti a quella assaltante che porta l’allievo sino alle soglie del vero e proprio libero assalto.

Si tratta ora di catalogare l’intrattenimento formativo sotto l’ottica della sua preponderante metodologia didattica, cioè della forma d’insegnamento: in effetti l’intero scibile, non solo la disciplina schermistica, è trasmissibile con un ventaglio di procedure legate sussidiariamente le une con le altre.

In effetti il concetto di lezione classica, tanto per intendersi quella cosiddetta ex- cathedra, ha perso gran parte della sua centralità nella formazione degli individui, per lasciare il posto all’utilizzo di nuovi approcci conoscitivi: il coinvolgimento diretto dei soggetti nella scoperta dello scibile (almeno nella sua essenza), l’adattamento del messaggio formativo alle diverse capacità e sensibilità degli allievi (diversificazione dell’insegnamento), l’individuazione di diversi livelli di obiettivo (in funzione delle conclamate diverse capacità dei soggetti), l’utilizzo del ludo come coadiutore e veicolo di conoscenza, l’uso del metodo sperimentale per consolidare l’apprendimento, il lavoro di gruppo che è in grado di originare specifiche e preziose dinamiche psicologiche.

Anche nelle sale di scherma già da tempo c’è stata questa significativa rivoluzione culturale: la classica lezione individuale impartita dal maestro all’allievo, pur rappresentando ancora un elemento portante nella formazione del tiratore, è stata affiancata da tutta una serie di attività alternative e complementari, che hanno il precipuo scopo di assicurare al discepolo un più rapido ed efficace apprendimento della nostra disciplina.

Ovviamente per conseguire il risultato ottimale è necessario miscelare oculatamente tutte queste diverse possibilità didattiche, tenendo conto delle loro specifiche finalità tecniche e psicologiche; eccone alcuni esempi.

 

 

La lezione plurima
 

Introduzione – tipologie di lezione plurima – il saraceno – due contro uno – la lama avvelenata – i due moschettieri – la lezione a stazioni – la lezione a giro – la lezione a punteggio – la lezione orale

 

Introduzione
I vantaggi della cosiddetta lezione individuale sono indiscutibili: il rapporto esclusivo con un allievo è senz’altro foriero d’intensa concentrazione e, essendo mirato alle peculiari caratteristiche del soggetto, il lavoro risulta estremamente specifico e quindi produttivo.

Vieppiù questo intimo rapporto, al di là dei suoi contenuti tecnici, si colorisce d’intensi contenuti umani, instaurando spesso tra maestro ed allievo un’irripetibile intesa di carattere personale (chi ha fatto scherma lo sa).

Pur tuttavia  non si possono neanche nascondere le grandi positività che sono apportata dall’avvalersi anche di un  lavoro svolto con più allievi.

In effetti quell’intimità tecnico-affettiva che sta alla base della lezione individuale qui viene contrabbandata con altre valevoli dinamiche psicologiche: lo spirito di competizione, quello di emulazione, le maggiori possibilità ludiche, il fatto di potersi avvalere dell’apprendimento per imitazione, il fatto di sentirsi gruppo e quant’altro.

Trovandosi gli elementi a gareggiare in contemporanea, ad esempio nella velocità di esecuzione di un gesto, lo sprone fornito dallo spirito di competizione sarà senz’altro maggiore rispetto allo scenario che vede protagonisti il maestro e l’allievo in solitaria.

Ad esempio, la sollecitazione ad esprimere velocità nell’esecuzione di una botta dritta, mai sarà così implementata dall’incitamento del maestro quanto piuttosto dalla presenza di un tuo compagno accanto che cercherà di raggiungere il bersaglio prima di te.

In effetti in queste situazioni di stretto contatto con il gruppo interviene in modo dirompente lo spirito emulativo, vero e proprio propulsore psicologico, che tende a sospingere i singoli oltre le soglie delle loro ordinarie possibilità.

Il desiderio di primeggiare, di conquistarsi le simpatie del conduttore e soprattutto l’ammirazione dei compagni rappresentano degl’insostituibili incentivi alla prestazione, che risultano ovviamente assenti quando invece il rapporto e solo a due, allievo-maestro.

Nella lezione plurima, poi, sono indubbiamente molto più applicabili le tecniche di allenamento basate sul confronto ludico, cioè sul gioco; tecniche, che come vedremo a suo tempo, sono foriere di innumerevoli utili e positivi risvolti.

Tra l’altro nel gruppo, a differenza della lezione singola, gli allievi possono ricorrere spontaneamente all’apprendimento per imitazione, che rappresenta un ottimo veicolo evolutivo: l’eventuale soluzione ottimale di un certo tipo di esercizio (di natura tecnica o anche solo atletica) osservata negli elementi migliori può essere liberamente copiata dagli altri elementi del gruppo. Gli atleti più bravi, tramite il loro esempio, in sussidio al maestro educano e concorrono all’evoluzione dell’intero gruppo.

Nel gruppo, infine, si percepisce di essere una parte di un tutto: in effetti il carattere squisitamente individualistico della nostra disciplina fa spesso perdere la consapevolezza di appartenere ad un’organizzazione veramente unica, la sala di scherma, luogo in cui, tendenzialmente, vengono ad elidersi le differenze adducibili a sesso, età o valore agonistico.

Per allenarsi e giocare in simultanea con gli altri schermitori non può che produrre benefici influssi anche sotto l’ottica della socializzazione dei componenti il club.

 

Tipologie di lezione plurima
Passo ora ad elencarti alcune delle possibili forme di lezione da impartite a due o più allievi in modo tale da poter innestare tutta quella serie di benefit che ho appena finito di elencarti.

 

Il saraceno

Il maestro, sprovvisto di arma e munito di guanto su entrambe le mani, si pone di fronte a giusta misura e al centro di due allievi posti in guardia l’uno accanto all’altro.

Il bersaglio a cui indirizzare i colpi sono solo le rispettive mani del maestro, laddove le sue  braccia si aprano lateralmente; in conduttore ovviamente deambula in avanti e all’indietro a proprio piacimento sulla pedana; il confronto è basato su chi riesce, toccando per primo, a raggiungere un determinato punteggio.

I vantaggi di una tale forma di lezione sono evidenti: il concorrere con un avversario accanto sprona alla massima velocità di attacco, velocità comunque da mettere anche in relazione alla qualità esecutiva del gesto in quanto l’esiguità della superficie del bersaglio richiede anche una certa soglia di precisione, altrimenti la punta esce  – lo spostamento repentino del maestro obbliga gli allievi a lavorare sotto pressione sulla migliore distanza da tenere rispetto il conduttore, tirando i colpi, all’occasione, dalla stretta , dalla giusta o dalla lunga misura – il consueto posizionamento delle mani da colpire circa all’altezza delle spalle può essere variato, spostandole marcatamente verso il basso o verso l’alto (sempre però in modo uguale); così facendo gli allievi devono variare e adattare le traiettorie spaziali dei loro colpi – le mani, scostandosi dal corpo, possono essere mantenute a pugno chiuso e quindi, selettivamente, obbligare i partecipanti a non effettuare alcun movimento in avanti, pena una sanzione nel punteggio – si può concedere dopo il primo colpo anche un successivo colpo di rimessa, potendo quindi fluttuare da un punteggio di zero punti a due punti – di varianti se ne possono sicuramente introdurre altre, sviluppando caso per caso alcune specifiche finalità didattiche.

Gli evidenti limiti di questo tipo di lezione sono rappresentati dal fatto che il conduttore non impugna un’arma, per cui le azioni tecniche da poter far svolgere si limitano in pratica alla sola botta dritta, pur potendone variare di volta in volta la misura (corta, giusta e lunga).

 

Due contro uno
Il maestro, impugnando un’arma in ciascuna delle sue mani, si pone davanti a due allievi posti in guardia l’uno accanto all’altro.

I suoi atteggiamenti con le due lame saranno sempre eseguiti in parallelo ed in sincronia, in modo tale da far competere i due allievi sull’esecuzione del colpo: senza preavviso della tipologia del colpo in caso di botta dritta, con preavviso del colpo in caso di azioni sul ferro (battuta semplice, battuta di contro, filo).

Farà punto chi colpirà per primo e la stoccata sarà comunque oggetto di una censura del maestro circa l’esecuzione qualitativa della stoccata (il colpo singolo potrà essere annullato); il conduttore si sposterà sulla pedana in avanti e all’indietro.

Le difficoltà risiedono indubbiamente solo nella capacità del maestro di utilizzare in contemporanea e in sincronia le due braccia; ma, non ti preoccupare, per il bene dei tuoi allievi imparerai a fare anche questo!

 

La lama avvelenata
Il gioco consiste in una semplice variante del gioco precedente: l’allenamento consiste nell’evitare da parte degli allievi il contatto con il rispettivo ferro del maestro, che effettua spostamenti in parallelo; tutte le volte che una lama sarà toccata genererà un punto di penalizzazione; il conduttore può liberamente spostarsi sulla pedana in avanti e all’indietro e compito dei partecipanti sarà anche quello di mantenere sempre un’idonea misura; convenzionalmente (a comando vocale o dopo un determinato numero di svincoli) si può introdurre anche l’effettuazione di un colpo sul bersaglio grosso del maestro, dando quindi origine ad un doppio sistema di punteggio, relativo sia allo svincolo, sia al raggiungimento del bersaglio.

 

I due moschettieri
Il maestro si pone sulla pedana, mentre davanti e dietro a lui si posizionano due allievi.

Il maestro dialoga schermisticamente con l’allievo che si trova davanti, mentre quello dietro ha solo l’incombenza di mantenere un’idonea distanza.

All’improvviso il conduttore gira su se stesso impostando le azioni con l’allievo che inizialmente gli dava di spalle, mentre all’altro passa il compito di curare la misura.

Se il maestro, indietreggiando, riesce a farsi toccare dalla punta dell’allievo che gli sta dietro, quest’ultimo subisce un punteggio negativo.

Alternando quindi più volte la direzione, il maestro riesce a tenere contemporaneamente sotto pressione entrambi gli allievi, facendogli svolgere due attività di spostamento complementari.

 

Lezione a stazioni
Prima di iniziare la lezione, il conduttore divide gli allievi in due gruppi, ciascuno dei quali va a posizionarsi in un estremo longitudinale della pedana.

Successivamente, facendo eseguire al primo elemento una determinata azione con movimento all’indietro, il maestro lo condurrà al termine della pedana dove avverrà il cambio con il primo elemento del secondo gruppo, al quale invece farà eseguire un’azione con movimento in avanti sin quando si giungerà all’altro limite posteriore; si procede così mano a mano sino all’esaurimento dei componenti dei gruppi originari.

Proseguendo la lezione, ci sarà l’inversione delle direzione: chi prima avanzava indietreggerà e chi prima indietreggiava ora dovrà avanzare; finiti i due turni complessivi, si cambierà tipologia di azione.

Il conduttore potrà stabilire l’eventuale esclusione di chi mano a mano avrà eseguito i colpi al di sotto di una soglia qualitativa minima; perde la squadra che vede tutti i suoi elementi eliminati.

Lezione a giro
In questa situazione gli allievi sono in fila indiana davanti al maestro; il primo elemento si mette in guardia ed esegue un tipo di colpo per un limitato numero di volte, diciamo orientativamente tre volte; subito dopo esce dalla pedana e, magari a passi indietro, si pone in fondo alla fila e cede il posto a chi lo seguiva e così via.

Allorché tutti avranno eseguito la stessa azione, il maestro passerà ad un’azione diversa.

Un modo per accelerare i cambi è quello di utilizzare come colpo finale di una determinata azione la frecciata: i tempi risulteranno ovviamente molto più serrati e si produrrà un vistoso effetto “giostra”.

 

 

Lezione a punteggio
Durante la lezione a stazioni o a giro il maestro, dopo ogni singola sequenza di colpi oppure sul singolo colpo, può esprimere ad alta voce un punteggio in relazione alla qualità esecutiva media prodotta da ciascun allievo; alla fine del turno di colpi, ogni partecipante potrà quindi confrontare il proprio punteggio con quello degli altri, addivenendo ad una classifica di merito; ciò sia in relazione alle singole azioni, sia come somma totale dell’intera lezione.

 

Lezione orale
La grossa componente intellettiva che fa da doveroso supporto alla prestazione globale dello schermitore in pedana consente una tipologia di lezione veramente sui generis, quella della lezione orale.

Per rendere la situazione più elettrizzante ti consiglio di svolgere questo intrattenimento tecnico con due o più allievi.

Il conduttore dovrà porre dei quesiti di vario genere, oscillando tra materia tecnica in senso stretto (i dettami dei trattati), tra tattica e strategia (quindi situazioni di ordine pratico) e tra norme di Regolamento.

Ecco tre esempi corrispettivi: cosa sono le parate di ceduta? – qual è la contraria ad una finta dritta circolata e cavazione dell’avversario? – Che sanzione subisce lo schermitore che fa uso del braccio non armato?

Ovviamente le domande dovranno essere calibrate in funzione del grado di preparazione dei concorrenti e sarà proficuo effettuarle per gruppi omogenei.

Alcune spade e relativi passanti collegati alla macchina segnalatrice delle stoccate potranno essere estemporaneamente utilizzate a mo’ di pulsanti per prenotare in velocità il diritto alla risposta alla domanda sia per due singoli partecipanti, sia due gruppi con i rispettivi caposquadra.

 

La lezione agonistica

Questo tipo di lezione si ispira direttamente al concetto di assalto assistito, sul quale ti ho intrattenuto poche pagine sopra: il maestro soprassiede ad uno o ad una serie di match combattuti sulla pedana dai propri allievi.

In questa situazione però il suo intervento non si limita solo al commento di ciò che i due contendenti attuano: oltre a far effettuare anche alcune stoccate libere, il conduttore può intervenire direttamente sullo svolgimento del fraseggio schermistico.

Così può alternativamente attribuire l’onere dell’attacco, può limitare la difesa solo a quella col ferro o solo a quella da attuarsi con un’uscita in tempo, può interdire l’utilizzo delle azioni di attacco composto, può rendere obbligatoria la parata di contro, può alternativamente far partire la disputa della stoccata con uno dei due contendenti già sulla linea dell’ultimo metro a disposizione, può vietare i colpi di fuetto o al contrario renderli obbligatori, può attribuire un punteggio doppio ad un certo tipo di stoccata … e così via.

Ovviamente ogni stoccata portata al di fuori dello schema convenuto sarà annullata oppure può addirittura essere deciso di attribuirla come stoccata di penalità a favore dell’avversario.

Condizionato in tal modo il match, pur ambientandosi nella realtà dello scontro, può essere utilizzato per colmare le lacune degli allievi, per effettuare studi specifici su determinate azioni o per riprodurre in modo indotto molte delle situazioni di gara con la ricerca della o delle contrarie più idonee.

Gli assalti, individuali o a staffetta tra due squadre, vengono disputati sulla lunghezza di un certo numero di stoccate; magari, se ad un certo punto il divario di punteggio diventa significativo, il conduttore può anche invertirlo, costringendo chi era in testa a dover rincorrere la vittoria.

 

Lezione di ripasso ad ogni inizio anno
Devo confessarti che il contenuto di questo capitolo l’ho mutuato di sana pianta da un’altra disciplina sportiva, la pallacanestro.

Due dei miei tre figli mi hanno coinvolto nella loro attività di baskettisti e, bazzicando quindi per anni anche in questo ambiente, sono venuto a contatto con alcuni metodi e procedure di allenamento che mi hanno colpito non poco.

Uno di questi consiste proprio nella lezione di ripasso tecnico fatta tutti insieme all’inizio di ogni nuova stagione agonistica: pensa un po’, anche i famosi campioni della NBA americana, come fossero bambini del mini-basket, ogni anno ripassano per alcuni giorni i fondamentali come il palleggio, il tiro, il terzo tempo e così via.

Salta subito all’occhio che questo genere di attività è importante non solo e tanto sotto l’aspetto tecnico, quanto piuttosto sotto quello psicologico: l’atleta, all’inizio di ogni nuovo ciclo agonistico, nutre la speranza di rigenerarsi, di ricostruirsi e di migliorarsi.

Con umiltà (magari indotta da noi maestri) rimette in discussione tutto il suo bagaglio tecnico e cerca dentro di sé nuove motivazioni sempre più stimolanti.

Tra l’altro questo tipo di allenamento rituale tende ad amalgamare gli appartenenti alla sala e persegue anche lo scopo di consolidare la terminologia e la migliore modalità esecutiva delle posture e dei movimenti della tecnica schermistica.

Se condividi la bontà dell’idea e desideri realizzarla, non devi fare altro che creare alcune schede che possano essere utilizzate come canovaccio per il numero di sedute che riterrai opportuno svolgere.

Ad esempio la scheda n°1 potrebbe contemplare il ripasso dei principi e l’attuazione della guardia, dello spostamento sulla pedana e l’attività del braccio armato.

 

Guardia  principi: ricerca della postura che garantisca i migliori equilibri per gestire lo spostamento e l’esecuzione dell’affondo –  variazione della guardia in presenza di esigenze particolari –  attuazione, nella sciabola e nella spada, della protezione del braccio armato

 

Spostamento

–       Passi e balzi principi: minima interferenza con il sistema-schermitore – loro variazione in

Ampiezza e frequenza – valutazione della misura

 

–       Raggiungimento del bersaglio principi: progressione braccio-gambe – uso

differenziato tra affondo, passo avanti affondo e frecciata – conseguenze

dell’attacco – tecniche di avvicinamento e raddoppio

 

Attività del braccio armato principi

–       indipendenza e dipendenza dal tronco del corpo – sincronismo e asincronismo

con lo spostamento sulla pedana –posizioni di pugno opposizioni di pugno – atteggiamenti con l’arma e potenziali reazioni dell’avversario

 

Dopo la prima scheda naturalmente devi passare alla seconda e così via sino a giungere ad esaurire tutti gli argomenti tecnici, commisurandoli alle conoscenze dei tuoi allievi, che magari avrai l’accortezza di raggruppare in diverse classi di competenza.

Questa è anche la sede opportuna per rispondere a dubbi e domande, per sollecitare riflessioni e produrre magri verifiche sperimentali.

Alcune raccomandazioni: non prolungare oltremodo questo tipo di seduta (magari concedi piccole pause), cerca di coinvolgere attivamente i tuoi allievi in modo tale che non siano solo passivi ricettori di messaggi e sollecita come puoi lo spirito di corpo, l’appartenenza al gruppo.

 

Variazione della tipologia di bersaglio nella lezione
Come ben sai il bersaglio costituisce la sospirata meta di ogni colpo tirato dallo schermitore.

Nella cosiddetta lezione classica il maestro, fisicamente di fronte al proprio allievo, alterna la destinazione delle stoccate su tutte le parti del suo corpo, ovviamente anche in funzione della specialità in cui si trova ad operare: può quindi suggerire il colpo variando la sua longitudine e latitudine sul tronco del corpo oppure offrire particolari bersagli come la testa o i cosiddetti bersagli avanzati.

Non devi prendere queste alternative come sterili eccentricità di questo o quel maestro (tanti anni fa da allievo ero costretto addirittura a centrare con la punta una pallina da tennis oscillante legata ad un filo o ad inforcare cerchietti lanciati per aria!): senza che ci sia la necessità che te lo ribadisca, il bersaglio privilegiato per dare lezione è e resta ovviamente il piastrone, la maschera o il manicotto del maestro.

In questo capitolo voglio tuttavia attirare la tua attenzione su due ordini di fattori che ti consiglio di non sottovalutare.

Innanzitutto la possibilità di variare nel tempo il metodo di allenamento, inserendo in modo dosato alternative che cerchino d’interrompere la monotonia si situazioni ripetitive come quelle indotte dalla lezione classica.

Inoltre la possibilità di allenare specifici aspetti tecnici, come ti illustrerò a breve, approfittando della particolare configurazione fisica di bersagli alternativi al corpo del maestro.

Ebbene, senza naturalmente avere la pretesa di avere scoperto la famosa “acqua calda”, ti segnalo altre tipologie di bersaglio.

 

La mano
In questa caso il maestro si defila dalla posizione centrale, lasciando sulla linea direttrice del suo allievo solo la sua mano non armata, ovviamente protetta in modo acconcio.

I colpi andranno indirizzati solo sulla superficie del palmo di tale mano, richiedendo quindi all’allievo una ottimale precisione di punta.

Oltre alle azioni a ferro libero saranno possibili anche quelle sul ferro in quanto il maestro, sempre defilandosi rispetto all’allievo, potrà intervenire attivamente ed in modo propositivo con la sua lama.

Parimenti sarà possibile lo spostamento in avanti e all’indietro, anzi il maestro, proprio per la sua particolare posizione che gli permette d’incrociare le gambe, potrà addirittura imporre ritmi più incalzanti al fraseggio.

L’apertura e la chiusura del palmo della mano sarà un’altra possibilità a disposizione del conduttore per inserire differenti opzioni nel dialogo con l’allievo: ad esempio, palmo aperto significa segnale verde per effettuare il colpo, mentre palmo chiuso significa strada sbarrata.

Infine devi considerare il fatto che, potendo nello spazio la posizione della tua mano, costringi il tuo allievo a cambiare linea d’attacco; addirittura puoi farlo nel corso della stessa azione.

 

La maschera

Un altro bersaglio alternativo all’intero corpo del maestro può essere costituito da una maschera, ovviamente impugnata dalla sua mano non armata.

Anche in questo caso il conduttore deve posizionarsi in modo defilato rispetto all’allievo, lasciando appunto sulla linea direttrice di quest’ultimo solo la maschera impugnata.

Le caratteristiche morfologiche di quest’ultima, cioè la limitata ampiezza della sua superficie e soprattutto la posizione essenzialmente angolare delle due parti laterali che la compongono rispetto alla normale linea d’attacco, sollecitano nell’allievo non solo un’ottimale precisione di punta, ma anche la ricerca di una giusta angolazione d’impatto tra braccio armato e superficie stessa (oltretutto si può variare tra angolazione in dentro e angolazione in fuori).

Per lo sviluppo dello spostamento sulla pedana, dei fraseggi tecnici e della possibilità di mutare nello spazio il posizionamento della maschera valgono le stesse osservazione che ti ho appena illustrato poco sopra quando ti parlavo del bersaglio costituito dalla mano del conduttore.

 

Adottare nella lezione la segnalazione della riuscita del colpo
Come ben sai se hai tirato sulle pedane, un discreto numero di stoccate che ti pare siano giunte a bersaglio poi vengono tristemente non segnalate dall’apposito marchingegno tecnico: ad esempio, nel fioretto e nella spada l’insufficiente pressione della punta può essere sovente ricollegata ad un insufficiente angolo d’impatto tra lama e bersaglio oppure nelle stoccate di fuetto ad una mal eseguita oscillazione della lama.

A questo proposito è molto utile, approfittando dell’attuale tecnologia, avere la possibilità di effettuare un costante controllo sulla bontà del modo di portare il colpo.

L’alternativa più semplice è quella, come si dice, di far attaccare il proprio allievo sulla pedana, intervenendo sulla macchina segnalatrice in modo tale da ridurne i suoi tempi di riarmo al fine di intensificare la tempistica del fraseggio su cui allenarsi. La controindicazione più evidente di questa soluzione è quella di andare ad occupare una pedana, che altrimenti potrebbe essere sfruttata per un normale assalto tra due schermitori.

Una valida alternativa è quella di ricorrere ad un sistema di segnalazione autonomo rispetto all’impianto della pedana: in pratica si tratta di uno spinotto che l’allievo inserisce nella sua presa di coccia e che è in grado tramite un cicalino di segnalare la bontà dell’esecuzione della stoccata. Il marchingegno è reperibile sul mercato oppure può essere facilmente assemblato da chi è in possesso di un minimo di nozioni tecnologiche.

Nell’un modo o nell’altro avrai comunque la possibilità di verificare gli effetti finali del modo di portare la stoccata da parte del tuo allievo, cioè di controllare il suo portamento del ferro.

 

 

La lezione secondo le caratteristiche dell’allievo
Non ho bisogno di ricordarti che il maestro, pur portando avanti principi e convincimenti che elabora in forma dinamica nel corso della sua esperienza professionale, deve adattare la sua lezione ai vari soggetti che gli si parano davanti: potrei quasi dirti che un buon maestro è un abile sarto che cuce addosso ai propri allievi ciò che più li fa figurare.

Caratteristiche fisiche, doti e carismi particolari, atteggiamenti caratteriali, minore o maggiore disponibilità a “lavorare”, passione e motivazioni più o meno intense e quant’altro, ecco cosa si trova davanti il maestro quando si cala la maschera e comincia  a dar lezione; e scusami se è poco.

Diciamo quindi che il tuo lavoro e fatto di alcune costanti e di tante variabili, necessarie per raccordarsi all’allievo nel tentativo di farlo evolvere, sia come schermitore, sia come persona.

Le costanti sono rappresentate dai canoni base, canoni che come sai bene non rappresentano estremi di carattere estetico bensì di ordine assolutamente pratico: in effetti si sta in guardia in tal modo perché è la posizione di attesa più proficua a svolgere all’occorrenza sia un’azione di attacco che di difesa – la cavazione di esegue con movimento stretto non perché così c’è scritto in una certa pagina x di un dato trattato, ma perché, a parità di velocità, il gesto si effettua in tempi più ristretti – non si effettuano le parate vicino al proprio corpo perché in tal modo siamo più carini, ma perché tra l’altro da tali posizioni si può lanciare una risposta più efficace e veloce – e così via.

In questo campo il nucleo centrale del tuo insegnamento deve essere quello di far capire all’allievo che ogni suo allontanamento dai prescritti canoni inficia progressivamente la sua possibilità concreta di mettere il colpo: più ci si allontana dai prototipi esecutivi, più è difficile, almeno statisticamente, che si riesca a giungere a bersaglio.

Le variabili sono invece costituite dal tentativo di far sviluppare al proprio allievo il sistema più efficiente possibile, quindi indirizzandolo a valorizzare le sue personali caratteristiche, siano esse di carattere fisico o di ordine caratteriale; ciò vale soprattutto in una specialità pragmatica come la spada, dove, come sai bene, non esiste ricostruzione convenzionale del fraseggio per l’attribuzione della stoccata.

Devi comunque tener conto di una cosa molto importante: giusto aiutare inizialmente il proprio allievo ad imparare a sfruttare le proprie caratteristiche, ma importante è anche cercare di controbilanciare queste tendenze, che ovviamente il soggetto stesso tende a sviluppare e consolidare nel tempo.

In altre parole, ovviamente al giusto momento di maturazione, devi cercare di far capire all’allievo che il suo bagaglio tecnico deve essere il più completo possibile: in effetti per reagire ad alcune situazioni di pedana in cui ci si può trovare lo schermitore più si trova a poter disporre di mezzi tecnici adeguati, più ha la possibilità di trovare la giusta contraria e quindi aver maggiori probabilità di vincere.

Per cui chi propende ad attaccare deve ovviamente sapere anche adeguatamente difendersi con tutto il ventaglio tecnico messo a disposizione dalla teoria schermistica (parate col ferro e uscite in tempo); chi invece propende ad aspettare l’avversario in difesa deve sapere,  se necessario, anche prendere l’iniziativa, sviluppando efficaci attacchi.

Il tuo allievo deve capire che la chiave di lettura del prosieguo di un assalto è fornita mano a mano dallo sviluppo dell’assalto stesso: certe situazioni esigono, dico esigono, l’applicazione di specifiche contrarie.

Tornando al generale: ogni lezione quindi va costruita su ogni allievo, nel tentativo di aiutarlo ad esprimere tramite un certo modo di fare scherma la sua personalità o, direi più globalmente, il suo essere (mente e corpo).

 

 

Rapporto psicologico con l’allievo

Inutile sottolineare il fatto che all’inizio del rapporto conoscitivo l’allievo, essendo totalmente tabula rasa, è completamente maestro – dipendente; e questo vale, più o meno, qualsiasi sia la differenza di età, in quanto, se bambino, ravvisa la distanza con l’adulto, mentre se di età più grande ne avverte comunque la distanza intellettuale.

Quindi il tuo primo compito è quello di mettere subito a suo completo agio il tuo allievo… è una vela la mia mente, prua verso l’altra gente suggerisce il paroliere Mogol in una bella canzone di Lucio Battisti: in effetti, qualsiasi sia l’attività educativa da svolgere, è molto proficuo prima gettare un ponte umano tra i due soggetti che devono interagire.

Dovrai stare solo attento a mantenere comunque una barriera, pur sottile, con gli allievi più piccoli, onde evitare che la troppa confidenza possa far insorgere indesiderati problemi di disciplina.

Il rapporto fiduciario che s’instaura tra maestro di scherma e discepolo credo rappresenti un unicum nel panorama delle discipline sportive: indubbiamente la profonda conoscenza che col trascorrere del tempo il primo acquisisce della personalità del secondo è un ottimo passe – partout per dar luogo ad una fattiva collaborazione.

Tra l’altro, attraverso l’addestramento al combattimento anche al di là di quelle che possono essere i contenuti squisitamente tecnici, il maestro, unitamente alla famiglia e alla scuola, partecipa e non poco alla formazione globale di quello che sarà l’uomo sociale di domani: attraverso pur camuffate situazioni schermistiche egli insegna ad affrontare i problemi e le avversità, insegna a gestire al meglio le proprie risorse, insegna a combattere a testa alta e a rispettare le regole.

Pertanto dovrai pazientemente stimolare il timido e l’introverso, affinché trovi la fiducia in se stesso; dovrai invece, all’opposto, cercare di contenere faticosamente l’estroverso ed il dirompente.

Tutto ciò per andare alla ricerca di quell’equilibrio interiore così importante per l’efficienza (e la maturazione) dell’uomo. In effetti ti consiglio di non dimenticare mai che, forse ancor prima di essere maestro di tecnica schermistica, devi essere anche conoscitore e perfezionatore di caratteri umani.

E non credere che in queste poche righe io abbia esagerato… ti ho detto solo e soltanto la verità.

Fondamentale in questo risvolto dell’insegnamento è il colloquio tra i due soggetti: in effetti un fluido flusso reciproco d’informazioni tra maestro ed allievo facilita ed accelera senza alcun dubbio la formazione del discepolo.

Quindi è un tuo compito precipuo quello di conquistarti via via non solo la simpatia, ma anche la fiducia e la confidenza del tuo allievo e lo devi fare adattandoti non solo ai suoi tratti caratteriali, ma anche ai suoi personali tempi di reazione: dalla probabile iniziale posizione di autorità di cui godi devi approdare appena possibile ad una posizione di autorevolezza; poi col passare del tempo e con la progressiva crescita del tuo allievo è a vostra disposizione tutto lo spettro dei rapporti umani.

 

L’agonismo
Nella vita quotidiana c’è molta competizione, se non proprio in tutto, quasi in tutto; figuriamoci se non c’è competizione tra due schermitori che, armi in pugno, si affrontano sulla pedana: in effetti non credo ci siano immagini più calzanti di un duello per rappresentare la cosiddetta battaglia quotidiana della vita.

E tu sei preposto proprio ad insegnare a combattere; pensaci bene perché questo è il motivo di fondo di tutta la tua attività: cominci col mettere in guardia il tuo allievo, gl’insegni poi come attaccare e come difendersi, gli fai capire come e quando deve fare una certa cosa in pedana e cerchi di trasmettergli innumerevoli altri messaggi; ma questi sono soltanto i mezzi per fare un qualcosa e quel qualcosa è rappresentato dal combattere; questa è l’escatologia della funzione a cui è chiamato il maestro di scherma.

Tutto ciò ti deve far riflettere su quanto importante sia il cammino che il tuo allievo deve percorrere prima di essere pronto per il suo primo assalto e quanta attenzione tu debba porre nello scegliere il giusto istante in cui farlo scendere per la prima volta sulla pedana: non commettere l’errore di pensare che i primi assalti siano solo dei giochi con dei fioretti di plastica in cui non succede nulla.

E’ proprio vero il contrario: si possono subire delusioni e piccoli traumi se non si è pronti a combattere e a perdere.

In altre parole, l’agonismo devi raffigurarlo come una molla posta al centro di un importante meccanismo: non puoi non effettuare alcuni giri di carica, altrimenti non succede niente, ma non puoi nemmeno dare troppa carica, altrimenti rischi di rompere il meccanismo stesso.

Tutti guardano ai risultati dell’agonismo, cioè alla vittoria o alla sconfitta: si fa in una gara ufficiale e si fa anche nella propria sala in un assalto magari tra amici del cuore; ed è anche facile prevedere quale stato d’animo porti seco un’affermazione o il suo contrario.

Ebbene proprio in questi istanti potrai insegnare qualcosa d’importante, qualcosa che non ha nulla a che fare con l’affondo, con una cavazione stretta o un’ottimale parata e risposta: potrai insegnare al tuo allievo ad attribuire un carattere episodico all’accadimento (singolo assalto, piccola o grande gara che sia).

In questo senso dovrai statisticamente occupare senz’altro più tempo a consolare gli sconfitti: perdere è una delle due possibili sentenze dello scontro sulla pedana e certo non è mai piacevole, tutt’altro; ma dalla sconfitta (e non si prenda il concetto come pura consolazione) si possono apprendere molte cose e ricevere salutari spinte e motivazioni a voler far meglio e di più. Il tuo compito è quello di far raffigurare al tuo allievo la sconfitta non come un binario morto, bensì come un possibile trampolino di lancio… poi, onestamente, si vedrà (chi semina può raccogliere, ma chi non semina di sicuro non raccoglie nulla).

Tieni in debito conto che i pericoli ci sono anche in presenza di un’affermazione agonistica di un certo rango, cioè in una situazione psicologica completamente opposta: l’allievo può considerarsi già (prematuramente) arrivato e, come si usa dire, montarsi un po’ la testa. Concessa la giusta e adeguata gloria, dovrai insegnare al tuo allievo a considerare nella sua mente il successo solo come un episodio della sua vita sportiva, ascrivendolo tuttavia a fattore di rafforzamento della consapevolezza della sua reale forza agonistica.

E’ necessario anche tener conto di un fattore molto importante, cioè che non tutti possiedono o possono possedere un’ideale carica competitiva; ed in ciò la scherma comunque riserva molte sorprese: ti ho già detto che mi è capitato di vedere dei presunti timidi che, dopo essersi calati la maschera sul viso, sono diventati dei veri leoni da combattimento, mentre altri un po’ sbruffoni si sono rivelati delle belanti pecore.

L’uomo è ben strano ed è tuo compito precipuo riconoscerne le caratteristiche e adattarti ad esse camaleonticamente al fine di cercare di migliorare la persona nel suo insieme.

I soggetti sono anche molto diversi tra loro: alcuni hanno degli spiccati carismi personali, altri meno, qualcuno ha delle doti fisiche ottimali, altri meno, altri hanno molta forza di volontà, altri meno; se sei onesto intellettualmente i risultati che riesci ad ottenere dai tuoi allievi li devi mettere sempre in relazione a queste loro caratteristiche innate e di conseguenza gioirai di tutti i loro successi, tenendo in debito conto il loro punto di partenza.

 

Evoluzione dell’allievo
La disciplina schermistica, densa di contenuti tecnici – tattici – psicologici e strategici, è di lenta e difficile digestione ed inoltre i tempi di apprendimento variano e non di poco tra soggetto e soggetto: in effetti l’iter che porta ai primi livelli di maturazione dello schermitore è molto composito, contemplando inizialmente la presa di coscienza di certi contenuti, poi la capacità  di eseguirli in modo sufficientemente corretto, infine  il loro allocamento ideale nelle diverse e composite situazioni di assalto.

A questo proposito ti consiglio di monitorare con costanza lo stato evolutivo di ogni tuo allievo in modo tale da poterlo seguire armoniosamente nella sua evoluzione di combattente.

A questo proposito un importante banco di prova sarà ovviamente rappresentato dalla lezione che gli impartisci: in questa sede potrai verificare la qualità esecutiva dei suoi gesti, la velocizzazione dei suoi colpi e la liceità tattica delle sue contrarie.

Mano a mano dovrai portare il tuo allievo ai suoi potenziali confini espressivi, completando in modo equilibrato il suo bagaglio tecnico; naturalmente questo lavoro dovrai portarlo avanti in progressione, senza strappi ed inopportune accelerazioni.

Ti sarà molto utile anche osservare l’allievo durante il combattimento prodotto nel libero assalto, sia che il soggetto ne sia al corrente o meno.

In effetti, per quanto la tua abilità professionale riesca a riprodurre in lezione le reali situazioni di pedana, tu ed il tuo allievo vi ritroverete pur tuttavia ad agire in un mondo virtuale, dove ogni colpo risulta pur parzialmente inquinato dalla simulazione.

Per cui è solo nel corso di un veritiero scontro con l’avversario che potrai verificare ed analizzare il suo comportamento globale e soprattutto genuino:  la qualità dei gesti tecnici sotto stress, l’oculatezza della tattica e della strategia, la capacità di gestione delle risorse fisiche e quant’altro; naturalmente più il match riveste importanza per il rango dell’avversario o per l’allocazione in una competizione ufficiale, più l’analisi può ritenersi attendibile e veritiera.

Scrivendoti, mi torma in mente che in occasione di un mio scritto di alcuni anni fa (La scherma dei veteres) ho prodotto, mutuandolo dalla pallacanestro, una specie di scout, cioè i un foglio che attraverso alcuni schemi può dare una lettura qualitativa e quantitativa dei gesti compiuti da uno schermitore nel corso di un determinato assalto; indubbiamente un supporto cartaceo, magari letto e commentato, assieme all’allievo, può costituire una buona base di partenza per calibrare una lezione.

Anche una lezione assaltata o la registrazione video possono fornire dati ugualmente utili: nel primo caso sei proprio tu a sollecitare con i tuoi atteggiamenti e la condotta tattica alcune specifiche risposte da parte del tuo allievo; nel secondo quest’ultimo ha la possibilità di vedersi dal di fuori del suo usuale sistema percettivo e ciò non può che essere utile per una disamina oggettiva delle sue prestazioni.

 

La lezione alle giovani leve e a neofiti adulti
L’età dell’allievo che ti trovi ad allenare ovviamente condiziona non poco le tue scelte didattiche: al di là delle specificità connesse al diverso patrimonio motorio e alle diverse energie da poter spendere nel corso dell’allenamento, mi preme intrattenerti su alcune componenti di carattere generale che a mio parere rivestono grandissima importanza.

Nei bambini è in pieno sviluppo, in relazione alla loro specifica età, il processo ed il completamento degli schemi motori, per cui in alcuni casi non potrai ovviamente dare per scontata la loro capacità di rispondere a prestazioni oltre una certa soglia; anzi è vero proprio il contrario: tu, attraverso la paziente applicazione delle posture e dei movimenti della tecnica schermistica, contribuirai e non poco alla loro formazione globale, non solo come schermitori, ma anche e soprattutto come individui.

Per questi motivi devi prestare la massima attenzione sia nella scelta della difficoltà del messaggio tecnico, sia nella sua intensità: devi oculatamente dosare la tua attività per aiutare il bambino ad evolversi motoriamente.

Diversa è la situazione negli adulti, intendendo per tali coloro che si accostano per la prima volta alla nostra disciplina in età, diciamo, non più verde: le loro abilità motorie sono condizionate precipuamente da due fattori, cioè dal tipo di precedenti esperienze sportive pur lontane nel tempo e dal contingente stato generale del loro fisico.

In questo caso si tratterà soprattutto di “rispolverare” vecchie attitudini magari sopite nel corso di anni di inattività e di gestire al meglio le singole e personali risorse di energia, che a differenza dell’esuberanza dei bambini, di solito comporta scarsi limiti di prestazione.

Come hai visto, sin qui ti ho parlato di differenze di ordine fisico e fisiologico tra allievi molto giovani e altri un po’ più attempati.

Ma c’è un altro elemento molto importante che divide in modo netto e contraddistinto le due categorie di età, la rispettiva capacità cognitiva.

Mentre il bambino non ha ancora sviluppato un completo sistema di apprendimento, affidandosi solo e prevalentemente al veicolo dell’imitazione, l’adulto è già in possesso di tutti quegli schemi e facoltà mentali che lo mettono in condizione di avvalersi sia dell’analisi sia della confutazione dei nuovi dati che sono portati a sua conoscenza.

Da ciò deriva che dovrai istruire il bambino con messaggi prevalentemente figurativi, invitandolo magari a “copiare” una tua postura o un tuo movimento; diversamente, all’allievo più grande tenderai a spiegare tutto ciò che è connesso ad un determinato quid tecnico, avvalendoti di supporti logici e sperimentali.

Il bambino si evolverà soprattutto meccanicamente (avrà, si spera, tanti anni davanti a sé per poter apprendere e progredire) , mentre l’adulto si evolverà soprattutto logicamente nella tattica e nella strategia d’assalto (per il fatto che può dedicare all’attività solo i ritagli del suo tempo libero e quindi un limitatissimo tempo alle lezioni).

Approfitto di questo frangente per esporti un’altra considerazione a mio parere molto importante: abbiamo appena detto che il bambino apprende meccanicamente posture e gesti tecnici, dei quali, dopo qualche anno, indubbiamente sarà in grado di darne un’apprezzabile qualità esecutiva.

Ebbene, quando diventerà ragazzo e sarà quindi in possesso di superiori capacità intellettive, ti consiglio vivamente di ritornare sui singoli argomenti per poterli affrontare più in profondità e per poterli meglio supportare concettualmente.

 

Conclusioni
Hai visto, mio caro amico,  come in fin dei conti abbiamo fatto presto a passare in rassegna quanto avevo in mente di dirti!

Spero solo di avere mantenuto la promessa di non essermi immischiato troppo nella tua mente con regole e regoline più o meno auree: maestro sei anche tu (o almeno ti auguro di esserlo quanto prima) e, se ricordi bene, l’unico manifesto intento di questo mio lavoro è stato quello di fornirti più dati possibili al fine di consentirti di iniziare a costruire la tua personale “scuola”.

Visto la mia età anagrafica, consentimi a questo proposito una piccola, ma proprio piccola paternale: ricordati che la tua scuola non sarà solo tecnica, ma anche (e prima) educativa e comportamentale.

Fare “campioni” non è certo facile, ma contribuire a far crescere un giovane come si deve da un punto di vista culturale, etico e sociale non è certo, visto i tempi, minor impresa.

Ed io ti porto la mia personale testimonianza in quanto per la professione di dirigente bancario di mio padre di sale di scherma ne ho conosciute circa una decina: ci sono maestri che mi hanno reso più coraggioso ad affrontare i compiti in classe di matematica, maestri che mi hanno insegnato a perdere con dignità, maestri che mi hanno aiutato a dare la giusta dimensione a certe vittorie che ho avuto la fortuna di cogliere nella mia carriera agonistica, maestri che mi hanno abituato alla pazienza e altri alla fatica fisica … ed io non li ricordo certo con gratitudine per il palmares dei loro allievi! Mi hanno aiutato in mille modi a crescere, a diventare uomo e ad inserirmi nella Società (ma di questo me ne sono reso conto tanti anni dopo!).

Un’altra cosa: non si può poi essere maestro premuroso e disponibile solo per gli allievi che si rivelano i più forti o almeno quelli che dai presupposti paiono tali; questo tipo di scelta fallo fare agli altri colleghi senz’altro più furbi e smaliziati.

Per te tieniti la deontologia professionale, naturalmente ben farcita dalla gratitudine indistinta di tutti i tuoi allievi; poi, intelligentemente e ad onor del vero, tieni a mente la favola del brutto anatroccolo, quella in cui chi sembrava all’inizio meno dotato e indietro rispetto agli altri poi si rivela il migliore di tutti.

Ricordati che sei un esempio per i tuoi allievi: in genere pendono letteralmente dalle tue labbra non solo per tutto ciò che concerne la tecnica, la tattica e la strategia schermistica, ma anche per ciò che riguarda il comportamento e l’interiorità; in una sola parola sei quasi il loro consigliere spirituale, sei un esempio di vita, sei …un maestro.

Quando arriveranno le prime soddisfazioni professionali (e arriveranno prima o poi se lavorerai bene valorizzando quelli che sono i tuoi carismi, la tua preparazione e la tua dedizione), non scordare mai che le tue fortune derivano in modo diretto anche da quelle dei tuoi allievi, cioè dalle loro autonome doti fisiche, intellettive e di carattere.

Mai sentito parlare dei “prigioni” di Michelangelo?! Sì, quelle statue appena abbozzate dai blocchi che fanno da contorno al David all’Accademia delle belle arti a Firenze. Lui, da vero maestro qual’era, diceva appunto che le statue non le scolpiva, ma toglieva solo la parte di marmo che eccedeva: i corpi erano già presenti nel marmo in modo autonomo e lui le liberava soltanto.

Credo che la similitudine sia molto calzante per la nostra missione di maestro di scherma: indubbiamente dobbiamo iniziare l’allievo all’arte del combattimento, ma la parte più importante del nostro lavoro consiste nel liberare le doti, le energie ed i carismi di cui, in diversissima misura, ogni allievo è personalmente dotato.

Quindi, a mio modesto parere, un maestro può essere grande in considerazione del fatto che ha avuto anche la fortuna di poter addestrare grandi allievi: una specie di scambio mutualistico, come viene detto nelle scienze biologiche.

In conclusione a questo mio lavoro vorrei poi velocemente passare in rassegna qualche idea o prudente suggerimento che mi sono permesso di disseminare qua e là nelle precedenti pagine.

Primo: il tuo specifico compito non è quello di creare campioni, ma di appassionare i tuoi allievi alla disciplina schermistica, illustrando loro e facendogli apprezzare ogni singolo anfratto storico, culturale, comportamentale, formativo, psicologico, ludico, tecnico, tattico e strategico.

Della scherma, se ben esposta e trasfusa, è difficile non innamorarsi: tu devi essere a questo proposito il miglior sensale.

Il valore agonistico di ogni tuo allievo, valore che del resto costituisce comunemente il più appariscente fine escatologico, deve sempre essere percepito come accessorio rispetto all’amore verso la Scherma: quest’ultima deve sempre rappresentare un fine e solo occasionalmente un mezzo (in effetti solo una sparuta schiera di schermitori sceglie o può scegliere di passare al professionismo, gli altri, la gran parte, sono i disinteressati amatori della scherma).

Secondo: come maestro devi essere un sicuro produttore di situazioni dominate  dall’interesse, dal divertimento e dalla felicità, ma devi riuscire a far capire ai tuoi allievi che a questi stati si può giungere solo con la dedizione, la costanza, la fatica e la spinta causata anche da delusioni o contrarietà di varia natura.

In una parola devi necessariamente avventurarti nel difficile compito d’insegnare a vivere: in effetti in parallelo all’esperienza scolastica, che del resto è del tutto indotta, è proprio nel praticare una disciplina sportiva con tutto ciò che essa comporta che l’individuo si affaccia alla vita sociale. I genitori, i professori e nella fattispecie i maestri di scherma devono aiutare l’individuo ad estrinsecare le proprie potenzialità e ad iniziare a “duellare” con gli altri per essere pronto ad allocarsi in futuro nella società civile.

Come un esperto psicologo dovrai imparare ad ascoltare, comprendere, inquadrare il tuo allievo per poterlo poi aiutare nella sua crescita con i tuoi consigli mirati, con la tua esperienza, con i tuoi stimoli e, se di caso, anche con i tuoi rimproveri.

Terzo: non scordare che il tuo lavoro ha come oggetto l’addestramento dell’uomo al combattimento, dico uomo ancor prima di schermitore: devi aiutarlo a sapere gestire al meglio le sue risorse, a comprendere le caratteristiche di chi deve affrontare, a rinvenire la soluzione tattica migliore, ad attuarla al meglio nel momento e nel luogo più opportuno.

E queste, fammelo dire ancora una volta caro mio, non sono doti che servono solo sulle pedane di scherma, ma servono ad affrontare anche e soprattutto la quotidianità della vita.

Quarto: nessuno può permettersi di limitare o indirizzare le tue convinzioni tecniche, ma proprio per questo cerca di farle sempre poggiare su qualcosa di culturalmente solido e soprattutto di dimostrabile: non farti rapire dal desiderio della novità per la novità, del nuovo solo per il nuovo, ma resta fedele al metodo sperimentale e soprattutto alla concretezza delle verifiche.

Te l’ho già ricordato: gli allievi non sono tue cavie personali da immolare sull’altare della scienza schermistica, ma sono soggetti che hanno diritto ad essere istruiti soprattutto sul canovaccio di quelle che si sono dimostrate le più recenti e riconosciute regole tecniche.

Quinto: tutto ciò di comportamentale che pretendi dal tuo allievo, cerca di attuarlo in prima persona, dandone pubblico esempio; lo so che talvolta è molto difficile, ma un maestro deve essere un maestro.

Sesto: insegna e pretendi dal tuo allievo la piena sportività; la realtà non può e non deve essere filtrata e ottenebrata dai propri desideri, dai propri egoismi e dalle proprie pulsioni; l’intelligenza e la capacità di rapportarsi in modo coerente ad essa non è una virtù innata, ma una cosa che con pazienza s’insegna e con pazienza si apprende.

A questo proposito diffondi tra i tuoi allievi la filosofia del touché, atteggiamento che all’occasione nobilita il comportamento dello schermitore.

In parallelo insegna anche ai tuoi ragazzi a farsi rispettare, ma ricorrendo sempre a ciò che è consentito in prima battuta dal Regolamento e in seconda battuta da una buona educazione.

Settimo: se la disavventura ti porta a collaborare in una stessa sala con altri colleghi, rispetta le gerarchie esistenti o gli eventuali termini contrattuali; in caso contrario lascia subito il club e non cercare di farlo implodere dal dentro a tuo favore, perché faresti solo del male agli allievi e in fin dei conti all’intero movimento.

Se ne hai capacità e mezzi, fonda una tua sala di scherma e gestiscila da solo come ti pare.

Ottavo: guardati dal mandare al cosiddetto macello agonistico i tuoi allievi, soprattutto quelli più piccoli; giudica sempre se sono più o meno pronti per l’appuntamento della gara e soprattutto cerca di vagliare quelle inizialmente più idonee e anche quelle più vicine logisticamente in modo da contenere i disagi della relativa trasferta per la famiglia.

Intrattieni i genitori o similari sulle conseguenze del momento agonistico e traccia con loro il cammino più adatto per la piena maturazione del bambino o del ragazzo.

Nono: sin quando te la senti e sin quando puoi, cerca d’incrociare il ferro con i tuoi allievi; non so se a te è capitato, ma ti garantisco che la sensazione da entrambe le parti è veramente unica.

A questo proposito ti consiglio di evitare sfide o scommesse che non avrebbero alcun luogo di essere, sia da una parte che dall’altra:  tira e fai tirare solo per il piacere di scambiarsi qualche stoccata e intanto approfittane per tastare direttamente il polso al tuo allievo e trarne i dovuti estremi per impostare in seguito una lezione mirata.

Decimo: se ami veramente la scherma, fai di tutto, magari senza pudori e remore, per dimostrarlo anche agli altri; la passione e l’entusiasmo sono sentimenti facilmente trasmissibili, più di quanto tu possa pensare.

Bene, dopo che anch’io sono riuscito a compilare questo decalogo di norme varie, si approssima sempre più l’istante del nostro commiato, paziente lettore.

Come hai potuto vedere non ho avuto alcun timore ad aprirmi completamente, rivelandoti le mie profonde e personali convinzioni sul rapporto maestro – allievo.

Te lo ripeto, insegnare a stare in guardia e a fare l’affondo è niente!

Il bello (e il difficile) vengono dopo quando ti trovi a lavorare non più sulle singole capacità motorie, ma sull’interiorità dei soggetti.

 

 

Congedo
Se  leggi queste mie ultime note vuol dire che non ti ho annoiato e forse hai trovato il mio lavoro di un certo interesse e di una qualche utilità (invero potrebbe esserci anche la possibilità che tu sia saltato, dopo le prime, direttamente a queste ultime pagine; ma non voglio nemmeno prendere in considerazione quest’eventualità in quanto non sarebbe conforme alla tua razionalità di schermitore!).

Scherzi a parte, mi sono anche divertito a riferirti tutti questi concetti, opinioni, idee, proposte e visioni: sono stato costretto non solo a ricordare tutto ciò che ho tentato di svolgere e di attuare in questi, ad oggi, ventisei anni di carriera di maestro di scherma, ma ho dovuto anche letteralmente saccheggiare i miei ricordi di allievo del tempo che fu (ho iniziato a fare scherma nel lontano 1962).

In effetti ciò che ti ho esposto non è onestamente tutta farina del mio sacco, ma un vero e proprio pout-pourri di ben dieci lustri di frequentazione di una decina di diverse sale, collocate per di più a paralleli diversi e riflettenti quindi diversi indirizzi e scuole: per la professione di mio padre sono stato infatti costretto a  cambiare spesso città e con la città anche i maestri, gli amici di sala, i compagni di squadra e persino le armi in cui tiravo.

In chiusura sento quindi il dovere di ricordare e di ringraziare tutti quei numerosi maestri  (circa quattordici) ai quali tanto devo e non solo per la mia carriera di schermitore, ma anche e soprattutto per la maturazione di uomo sociale.

Un’ultima cosa: idealmente questo libretto non finisce qui, ma ha tantissime altre pagine, tutte bianche … sono quelle che un giorno ti auguro, di vero cuore, di aggiungere alle mie.

La mia coccia è al viso e così ti saluto.